Gli organizzatori definiscono la Global Sumud Flotilla la più grande missione umanitaria mai organizzata per tentare di rompere il blocco israeliano su Gaza e consegnare aiuti alla popolazione. Circa 70 imbarcazioni e centinaia di attivisti provenienti da 44 Paesi si stanno preparando a salpare da diversi porti in direzione della Striscia. La missione si preannuncia complessa: nelle scorse ore ci sono stati due attacchi a imbarcazioni ormeggiate in Tunisia, e Israele ha già annunciato che tratterà gli attivisti come «terroristi».

Le missioni recenti prima della Sumud mostrano chiaramente i rischi per le imbarcazioni e il modus operandi israeliano in situazioni simili. Le navi Madleen e Handala, partite ad aprile e luglio 2025, sono state intercettate dalla marina in acque internazionali e gli attivisti rimpatriati, ma altre spedizioni hanno avuto esiti drammatici.

Una delle ultime missioni “collettive” prima della Sumud, la Freedom Flotilla per Gaza del maggio 2010, ebbe conseguenze tragiche. Sei navi salparono dalle coste di Cipro con 610 persone a bordo, tra cui 44 parlamentari e politici, il premio Nobel per la pace Mairead Corrigan e lo scrittore svedese Henning Mankell. Le navi battevano bandiere americana, turca, greca e svedese e ospitavano partecipanti per lo più turchi, con altri provenienti da vari Paesi. L’obiettivo dichiarato della missione era rompere il blocco su Gaza e consegnare aiuti alla popolazione.

La marina israeliana intercettò la flottiglia in acque internazionali al largo della costa di Gaza. L’operazione si concluse con scontri violenti a bordo della nave principale, la turca Mavi Marmara, il cui equipaggio reagì all’abbordaggio forzato con mezzi di fortuna. Nove attivisti persero la vita sul colpo e molti altri (almeno 60) rimasero feriti; un decimo passeggero morì successivamente per le ferite riportate. Dieci soldati israeliani rimasero feriti. Nove vittime erano di nazionalità turca, una era statunitense di origine turca. Tutti erano attivisti dell’ONG islamica turca IHH. Le autorità israeliane dichiararono di aver agito in legittima difesa, mentre inchieste internazionali sollevarono dubbi sull’uso della forza e sulle modalità dell’intervento.

Il 27 settembre 2010, il comitato di indagine del Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU (UNHRC) pubblicò il rapporto definitivo sull’incidente, evidenziando possibili violazioni delle leggi internazionali, incluse le norme umanitarie e sui diritti umani, e possibili violazioni della Quarta Convenzione di Ginevra. Israele definì il rapporto «pregiudiziale» e «di parte», mentre Hamas chiese che il comandante dell’operazione fosse giudicato dalla Corte penale internazionale. Il Segretario Generale dell’ONU Ban Ki-moon condannò l’attacco, mentre gli Stati Uniti e l’Unione Europea manifestarono preoccupazione per il tono e le conclusioni del rapporto. Il presidente turco Erdogan definì «terrorismo di Stato» l’azione di Israele.

Il 29 settembre 2010, l’UNHRC approvò una risoluzione che condannò Israele per la mancata collaborazione alle indagini e raccomandò che i risultati della commissione venissero trasmessi all’Assemblea Generale dell’ONU. La risoluzione passò con 30 voti favorevoli, un voto contrario (Stati Uniti) e 15 astensioni.