Iran-Israele, tensione alle stelle: Trump minaccia Khamenei, Teheran risponde con missili
«Le conseguenze di un attacco americano saranno gravi e irreparabili». Con queste parole, la Guida Suprema iraniana Ali Khamenei ha messo in guardia Stati Uniti e Israele, lanciando un monito al mondo intero: il conflitto tra Teheran e Tel Aviv non è un semplice scontro bilaterale, ma una miccia accesa in grado di innescare una deflagrazione regionale — se non globale. Il rischio è concreto, e le dichiarazioni sempre più aggressive dei protagonisti lo confermano.
Tutto ha avuto inizio con un attacco aereo israeliano che, in poche ore, ha decimato la leadership militare iraniana. Tra le vittime, alti ufficiali dell’esercito regolare e dei Guardiani della Rivoluzione. Israele ha colpito non solo obiettivi militari, ma anche infrastrutture strategiche legate al controverso programma nucleare iraniano, inclusi due edifici a Karaj dove, secondo l’AIEA, venivano prodotti componenti per centrifughe di uranio.
La risposta di Teheran è stata immediata: decine di missili balistici sono stati lanciati contro Israele. Alcuni hanno superato le difese antiaeree, colpendo edifici e installazioni civili. L’escalation non si è fermata. Israele ha rilanciato con bombardamenti su depositi petroliferi e altre infrastrutture critiche. Il bilancio più recente parla di oltre 220 morti in Iran e circa 20 in Israele.
Secondo Axios e altre testate statunitensi, il presidente Donald Trump starebbe valutando l’opzione — finora solo ipotizzata — di un intervento militare diretto a fianco di Israele. Fonti interne alla Casa Bianca parlano apertamente di possibili attacchi coordinati contro siti nucleari iraniani, come quello sotterraneo di Fordow.
Un missile lanciato dall'Iran ha colpito un ospedale israeliano
Nelle ultime ore, Trump ha intensificato i toni. In un post su Truth, ha dichiarato che l’Iran avrebbe dovuto firmare l’accordo che era sul tavolo: «Che vergogna, che spreco di vite umane. L’Iran non può avere un’arma nucleare, l’ho detto più e più volte. Tutti dovrebbero evacuare immediatamente Teheran». Inoltre, ha lasciato in anticipo il G7 in Canada per occuparsi della crisi. Dalla riunione è comunque emersa una dichiarazione congiunta — firmata a sorpresa anche da Trump — che riafferma l’impegno per la pace e la stabilità nella regione. I leader del G7 riconoscono il diritto di Israele a difendersi e chiedono a tutte le parti di proteggere i civili. Si legge: «L'Iran è la principale fonte di instabilità e terrorismo nella regione. Siamo stati chiari: non potrà mai possedere un’arma nucleare. Esortiamo affinché la risoluzione della crisi porti a una più ampia de-escalation in Medio Oriente, incluso un cessate il fuoco a Gaza. Rimarremo vigili sulle implicazioni per i mercati energetici e pronti a coordinarci per garantirne la stabilità».
Poco dopo, Trump ha dichiarato di avere «il controllo totale dei cieli iraniani» e ha minacciato direttamente Khamenei: «Sappiamo dove si nasconde. Per ora non lo uccideremo, ma la pazienza si sta esaurendo: si arrenda senza condizioni». Una posizione che riflette fedelmente quella del premier israeliano Netanyahu, secondo cui il programma nucleare iraniano rappresenta una «minaccia esistenziale».
La comunità internazionale osserva con crescente allarme. Il vice ministro degli Esteri russo, Sergej Ryabkov, ha avvertito che un coinvolgimento diretto degli Stati Uniti «destabilizzerebbe radicalmente l’intera regione». La Cina ha espresso «profonda preoccupazione», invitando Washington ad assumersi la responsabilità di evitare un’escalation. L’Unione Europea, per bocca del portavoce Anouar El Anouni, ha ribadito che «un cambio di regime imposto dall’esterno non è nell’approccio europeo», puntando su una strategia politica, critica ma non interventista. Dall’Italia, la premier Giorgia Meloni ha chiuso il G7 dichiarando che «l’obiettivo comune è impedire che l’Iran diventi una potenza nucleare, ma attraverso il negoziato».
In mezzo a questa spirale di tensioni, c’è chi prova a reagire con spirito solidale. Jabama, una piattaforma iraniana simile ad Airbnb, ha messo a disposizione alloggi d’emergenza in diverse città. In un messaggio rivolto ai cittadini, si legge: «Cari connazionali, augurandovi buona salute, insieme agli host premurosi di Jabama abbiamo predisposto alloggi d’emergenza. Se la vostra casa è danneggiata o non potete rientrare, chiamate il nostro numero di emergenza».
Ma il messaggio forse più forte arriva dal collettivo "Woman Life Freedom for Peace & Justice", nato dopo le proteste per Mahsa Amini. In un appello accorato, le attiviste ricordano:
«Israele non deve essere l’artefice del cambiamento. È stata la disobbedienza civile delle donne a far indietreggiare il regime. È a loro che dobbiamo dare ascolto, non ai missili».
Le attiviste della diaspora iraniana mettono in guardia dal rischio di un “regime change” imposto dall’esterno, sostenendo che il vero cambiamento debba nascere dal basso, dalla società civile che da anni lotta per diritti e libertà. A poco più di una settimana dall’inizio del conflitto, lo scenario appare sempre più cupo. Il rischio che la crisi degeneri in una guerra regionale — con il coinvolgimento di potenze globali — è concreto. Mentre Netanyahu e Trump valutano opzioni militari sempre più estreme, la società civile iraniana chiede che non siano le bombe a decidere il futuro del Paese.