«L’Iran sarà libero. Ma grazie alle sue figlie e ai suoi figli»
Uno degli effetti dell’operazione militare israeliana in Iran potrebbe essere la sostituzione di Governo e ceto politico della Repubblica islamica. Il cosiddetto regime change potrebbe essere l’obiettivo, neanche troppo velato, di Israele. Lo stesso Primo Ministro Netanyahu ha infatti dichiarato che l’assassinio di Khamenei, guida suprema dell’Iran, metterebbe fine agli attacchi israeliani.
In questi giorni, diversi attivisti impegnati nel portare il cambiamento dal basso nel Paese hanno però espresso perplessità rispetto a un cambio di regime imposto con violenza dall’esterno. Il fronte dell’opposizione è frastagliato, riflette le complessità di un Paese eterogeneo in cui il dissenso è represso sistematicamente. Ciononostante, larga parte degli attivisti e attiviste concorda sul fatto che deve essere il popolo iraniano a emanciparsi, senza l’influenza di potenze esterne.
Riassume questa posizione l’appello pubblicato su change.org a firma delle attiviste iraniane della diaspora Parisa Nazari e Shady Alizadeh, entrambe appartenenti al collettivo Woman Life Freedom for Peace & Justice, nato con il movimento Donna, Vita e Libertà che ha unito il Paese in estese proteste dopo la morte di Mahsa Amini.
Nel loro testo si legge che, in quanto «cittadine e cittadini iraniani costretti a vivere fuori dall’Iran ma per questo liberi di parlare a volto scoperto senza temere persecuzioni e arresti», vogliono lanciare un appello urgente alla comunità internazionale affinché fermi gli attacchi contro le città iraniane da parte di Netanyahu, accusato dalla Corte dell’Aja di crimini di guerra nei confronti della popolazione palestinese della Striscia di Gaza.
Secondo le attiviste, «la società civile iraniana assiste inerme a una guerra che non ha scelto e di cui rischia di pagare il prezzo più alto». Si tratta di una società civile giovane e progressista, che da anni lotta per porre fine alla dittatura religiosa della Repubblica Islamica con coraggio e determinazione, pagando costi altissimi. È la stessa società civile che, dopo l’assassinio di Mahsa Jina Amini, si è sollevata sostenendo il movimento Donna, Vita, Libertà. È stata soprattutto la disobbedienza civile delle donne a far indietreggiare il regime, avviando un cambiamento sociale ormai irreversibile. Il popolo iraniano è sceso in piazza a mani nude, sfidando arresti, torture, detenzioni arbitrarie e morte. Non ha chiesto l’intervento militare straniero per abbattere il regime, ma il riconoscimento e il sostegno al cammino verso la libertà e la giustizia, portato avanti da oltre quarant’anni da chi promuove democrazia ed eguaglianza.
Le attiviste ricordano che le voci più autorevoli della società civile sono oggi sorvegliate a vista e che ogni parola può costare il carcere. Tuttavia, sostengono che sono queste voci che vanno ascoltate, non i missili. Gli attacchi recenti, che colpiscono sì i pasdaran ma anche civili e oppositori, non porteranno la libertà. Israele, o qualsiasi altra potenza straniera, non può e non deve essere l’artefice del cambiamento in Iran.
Il cambiamento, insomma, deve partire dall’interno del Paese. Secondo Nazari e Alizadeh, «l’Iran sarà libero grazie alle sue figlie e ai suoi figli, non con la violenza esterna, ma con la forza di una società civile che continua a resistere».
Per questo, chiedono a chiunque creda nei valori della pace e dei diritti umani di condannare fermamente l’uccisione di civili in Iran e altrove, e di mobilitarsi: firmando petizioni, scendendo in piazza, facendo pressione sulla comunità internazionale per fermare una nuova escalation militare. La storia, ricordano, insegna che nella guerra non ci sono vincitori: la democrazia non si realizza con la distruzione, ma con la solidarietà e l’impegno civile.