Voci da Harvard al tempo di Trump. Il racconto degli studenti, tra censura e repressione
a cura di Giunio Panarelli«Ogni volta che cammino da solo in università, mi guardo intorno e provo ansia. Ho paura che mi arrestino da un momento all’altro. Anche se non ho fatto niente».. «Ormai abbiamo tutti paura di dire la nostra opinione sia in classe che fuori. Una critica a Trump o Israele potrebbe costarci l’espulsione o l’arresto».
A. è uno studente europeo che studia all’Università di Harvard. Anche L., americana e di fede musulmana, studia ad Harvard. Entrambi hanno accettato di parlare in anonimo con VD News della situazione nella loro università da quando Donald Trump è tornato al potere. Il 30 gennaio il presidente americano ha firmato un decreto per «combattere l'esplosione dell'antisemitismo nei nostri campus e nelle nostre strade». Da quel momento circa 300 studenti hanno visto revocato il proprio visto. La loro colpa, nella stragrande maggioranza dei casi, è quella di aver partecipato a manifestazioni filo-palestinesi. Si tratta di storie come quella di Mahmoud Khalil, graduate student di affari internazionali della Columbia University, di origine palestinese. A causa del suo attivismo è stato arrestato davanti alla moglie incinta, direttamente nel campus universitario.
Questi eventi sono finiti anche sulle pagine dei giornali europei. Ma, secondo A., «in Europa non si capisce la gravità della situazione». «Sono arrivato negli Stati Uniti convinto di arrivare nel Paese della libertà di parola, invece ora ho paura anche solo di pubblicare un post social. Durante le lezioni non dico più la mia per paura che ci sia qualche sostenitore di Trump pronto a denunciarmi. Esistono infatti organizzazioni come Canary Mission, i cui membri – anonimi – segnalano chi critica gli Stati Uniti o Israele. E il governo li sta usando per capire chi espellere. In questo momento qualsiasi opinione contraria alla politica estera del governo può costare l’espulsione».
Anche L. ha paura. «Prima dell’arrivo di Trump partecipavo a dibattiti sulla Palestina e i professori ci invitavano a esprimere la nostra opinione. Ora tutto questo è finito. Trump dice di farlo per combattere l’antisemitismo, ma io non sono antisemita. Ho amici ebrei che fanno parte del nostro movimento e che vogliono aiutare la Palestina.» Anche i professori sembrano avere paura. «Per paura di avere problemi nessuno dice niente esplicitamente. Per far capire che sono dalla nostra parte utilizzano espressioni vaghe, quasi in codice. Per esempio dicono “spero che tutti vi sentiate al sicuro”», racconta L., che critica anche l’atteggiamento dell’università.
«Non vogliono esporsi troppo per paura di perdere i fondi governativi», dice. L’1 aprile l’amministrazione Trump ha infatti annunciato una revisione dei fondi federali da 9 miliardi di dollari diretti ad Harvard. L’accusa è sempre la stessa: non aver affrontato l’antisemitismo nel campus. Una situazione molto complicata per Harvard, che nel frattempo sta cercando almeno di dare strumenti minimi agli studenti. A. ha partecipato a un incontro riservato agli studenti internazionali.
«È stato surreale. Ci hanno spiegato come comportarci nel caso in cui ci arrestino. L’avvocato che si occupa di difendere gli studenti ci ha detto che di fatto il primo emendamento, quello che garantisce la libertà di parola negli Stati Uniti, sembra essere sospeso per gli studenti internazionali». «Il problema è che finora si sta facendo passare l’azione di Trump come una lotta contro la causa palestinese, ma la repressione si sta allargando», continua L.
«Quando organizziamo eventi in cui chiamiamo esponenti legati ai democratici siamo costretti a invitare anche qualcuno vicino ai repubblicani, ma se loro organizzano un evento in cui chiamano solo filotrumpiani, non sono tenuti a fare lo stesso. La scusa è che gli studenti repubblicani sono una minoranza nel campus, quindi vanno tutelati.»Secondo L., «Trump punta al controllo sulle università. Ha messo in chiaro di volere alla guida di Harvard un suo uomo, ma questo è inaccettabile. Significherebbe la fine dell’indipendenza accademica».
«Sono molto preoccupata. Credo che il governo stia utilizzando le grandi università come Harvard e Columbia per capire fino a che punto può piegare il sistema universitario e la libertà di pensiero. Se cederanno, anche tutte le altre – più piccole – lo faranno. Per questo è importante resistere». Ma qualcosa si sta muovendo. Seicento professori hanno chiesto ai vertici di Harvard di non cedere alle pressioni di Trump. Il presidente di Princeton, Christopher Eisgruber, ha dichiarato di non avere intenzione di accettare le richieste governative, nonostante la sospensione dei fondi federali.
Restano però i dubbi sull’effettiva capacità del sistema universitario di resistere. A fine marzo, la Columbia University ha accettato diverse richieste in cambio dello sblocco dei fondi da 400 milioni di dollari bloccati dal governo. Tra le misure accettate: l’affidamento del dipartimento di Studi mediorientali, sud-asiatici e africani a un nuovo funzionario, sottraendo il controllo alla facoltà. L’attacco all’indipendenza delle università non è un buon segnale per la democrazia americana. Non è un caso che l’ex presidente di Harvard, Lawrence Summers, abbia detto di non essere mai stato così preoccupato per il futuro democratico del Paese. Di fronte a questa involuzione anche il silenzio fa rumore. A. vuole mandare un ultimo messaggio ai governi europei: «È assurdo che a oggi nessun governo europeo abbia espresso solidarietà ai suoi studenti negli Stati Uniti. Da mesi subiamo una violenza psicologica inaudita. Continuare a restare in silenzio mentre i propri cittadini vengono privati della libertà di espressione è davvero inaccettabile. L’Europa deve far sentire la sua voce».