Ansia per il futuro? Appesi a Trump e Musk che litigano su chi è più a destra
Nel 2020 Tesla fece causa alla prima amministrazione Trump per contenere i dazi imposti alla Cina, nell’ambito della guerra commerciale con gli USA. 5 anni dopo, il matrimonio politico tra Musk e il Presidente statunitense rischia di finire per lo stesso motivo. La strategia dei dazi intrapresa dalla Casa Bianca ha fatto crollare le borse in tutto il mondo, esponendo Tesla a perdite importanti: le azioni dell’azienda di auto elettriche – fiore all’occhiello di Musk – sono crollate del 15% nei due giorni successivi all’annuncio dai dazi. La Cina è tra i Paesi che rischiano maggiori ripercussioni economiche, e infatti Pechino ha subito risposto all’attacco commerciale annunciando tariffe del 34% sui beni statunitensi. Tesla, che in Cina ha centri produttivi e ottime quote di mercato, si trova in mezzo ai due fuochi. Peraltro negli scorsi mesi l’azienda ha via via perso credibilità a causa dell’attivismo di Musk in America e in Europa, diventando bersaglio di critiche, proteste, atti vandalici. A cui si accompagna una perdita di appeal verso gli investitori: il titolo è sceso del 50% dal 17 dicembre, data del picco storico.
Il risultato è che Musk oggi si ritrova con 130 miliardi di dollari in meno di patrimonio rispetto a un anno fa. Dopo aver fatto due calcoli, ha deciso di intervenire. Sta provando a evitare il tracollo facendo opposizione ai dazi dall’interno dell’amministrazione. Sabato scorso, intervenendo al congresso della Lega di Matteo Salvini, il patron di Tesla ha detto che gli Stati Uniti e l’Europa dovrebbero «creare una partnership molto più forte», spera in una «situazione di zero dazi», financo alla creazione di una «zona di libero scambio» USA-UE. Ieri, poi, è arrivato un attacco frontale, eloquente anche se meno rumoroso. Musk ha condiviso un vecchio filmato dell’economista Milton Friedman – tra i padri del neoliberismo – che elogia i benefici del libero mercato raccontando il processo di produzione di una matita: un oggetto ordinario, ma che è il risultato di complessi scambi commerciali di materie tra Paesi di mezzo mondo. Visto da destra, usare l’icona dell’economia liberista per criticare un Presidente repubblicano – accusato di protezionismo – è un’offesa al limite della blasfemia.
Il messaggio non è fraintendibile. Anche perché nelle stesse ore Musk battibeccava con il Consigliere della Casa Bianca per il commercio, Peter Navarro, artefice della strategia dei dazi. Navarro ha umiliato Musk dicendo che «non è un produttore di automobili, ma è un assemblatore di automobili», perché la componentistica delle Tesla viene da Paesi come «Giappone, Cina e Taiwan». Insomma, «vuole pezzi dall’estero a buon mercato». Dichiarazioni che rispecchiano la visione di Trump: secondo le ultime indiscrezioni pubblicate dal Washington Post Musk avrebbe fatto pressione sul Presidente per bloccare i dazi, ma il tycoon non sarebbe intenzionato a cambiare idea. Di più, sarebbe pronto a far fuori Musk, come rivelava settimana scorsa Politico. Oltre a Musk – che di fatto il un rappresentante degli imprenditori Big Tech alla Casa Bianca – le scelte economiche di Trump stanno mettendo in difficoltà anche Mark Zuckerberg (Meta) e Jeff Bezos (Amazon), che hanno perso almeno 10 miliardi di dollari dall’inizio del secondo mandato del tycoon. I dazi sono stati criticati anche da Bill Ackman, fondatore della hedge fund Pershing Square Capital Management – nonché sostenitore e finanziatore di Trump alle ultime elezioni – e da Jamie Dimon, CEO di JPMorgan Chase.
In molti ricorderanno la fotografia che immortala Elon Musk, Jeff Bezos, Mark Zuckerberg e Sundar Pichai, CEO di Google, in prima fila durante il secondo giuramento di Trump. Era il 20 gennaio e il potere imprenditoriale americano applaudiva il ritorno del tycoon al potere. Meno di tre mesi dopo stanno iniziando ad accorgersi che l’opportunismo funziona, ma solo fino a quando non tocca il portafogli.