Trump ha imposto dazi anche ai pinguini
Mentre arrivano le prime reazioni ai dazi che l’amministrazione Trump ha imposto a oltre 100 Paesi nel mondo, politici, analisti economici e giornalisti stanno cercando di stimare l’impatto effettivo dell’operazione. Non è un’impresa semplice. Perché come accade per ogni annuncio di Trump, anche in questo caso il tycoon è riuscito a fare rumore creando preoccupazione. Ma anche e soprattutto molti dubbi.
Le percentuali decise dal Governo USA si basano infatti su calcoli ambigui e decisamente poco ortodossi per la materia. La formula utilizzata dal dipartimento del Commercio è stata giudicata insensata dagli esperti, perché semplifica in modo estremo un fenomeno complesso come il commercio internazionale. Con queste premesse, difficilmente raggiungerà l’obiettivo (almeno quello dichiarato) di limitare il deficit commerciale degli Stati Uniti verso l’estero. Oltre agli aspetti tecnici non tornano neanche alcune scelte sui Paesi coinvolti, che a prima vista sembrano essere stati selezionati a strascico. Ad esempio, sono stati annunciati dazi del 10% ai territori dell’isola Heard e le isole McDonald, praticamente disabitati. Sono posizionati nell’oceano Antartico a circa dieci giorni di navigazione dalla terra ferma. E l’unica attività umana è la ricerca scientifica, svolta durante visite specifiche per studiare i pinguini, che sono gli animali più diffusi su quelle isole. Nessun abitante umano, e quindi niente sviluppo economico ed esportazioni: non esiste insomma l’oggetto che verrebbe colpito dai dazi.
C’è poi l’isola di Norfolk, nell’oceano Pacifico, che è stata “punita” con dazi al 29%. Ci vivono 2mila persone e l’amministratore locale ha negato l’esistenza di esportazioni verso gli Stati Uniti. Non solo: tra i Paesi coinvolti risulta anche il Territorio britannico dell’oceano Indiano, sei atolli in cui vivono quasi esclusivamente i militari britannici e statunitensi che sono attivi in una base militare congiunta. Essenzialmente è come se gli Stati Uniti volessero imporre dazi a sè stessi. Non è ancora chiaro perché l’amministrazione USA abbia fatto rientrare anche questi posti tra le “vittime” dei dazi. Non per forza si tratta di una scelta fatta in malafede, almeno dal punto di vista economico. I tecnici, infatti, porebbero essersi basati su calcoli viziati da errori, che sono presenti da sempre nei dati ufficiali sul commercio internazionale.
Ma c’è un motivo per cui questi errori, nonostante la loro esistenza riconosciuta, non minano l’affidabilità complessiva dei dati istituzionali utilizzati normalmente da enti e Governi: riguardano di solito cifre ridotte e trascurabili, almeno se paragonate agli ordini di grandezza dei bilanci commerciali delle maggiori economie. E questa è la stessa ragione per cui pare irragionevole far rientrare territori economicamente irrilevanti in una misura che dovrebbe sostenere il commercio della prima economia mondiale. Fatte queste premesse, le ipotesi sono due. Nel migliore dei casi, l’operazione del Governo USA svela un problema di incompetenza decisamente grave e inquietante. Nel peggiore, dimostra che la foga di rivalsa economica di Trump non ha scrupoli di alcun tipo, poiché supera i limiti della logica e del buonsenso.