Giovedì 6 marzo i leader dei 27 Stati membri riuniti a un Consiglio europeo straordinario hanno approvato in via informale il piano per il riarmo annunciato dalla Presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen. La strategia, promossa in risposta al disimpegno crescente degli Stati Uniti nei confronti della difesa di Europa e Ucraina, prevede una mobilitazione di 800 miliardi di euro, circa la stessa cifra utilizzata per la ripresa economica post pandemia attraverso il Next Generation Ue. Ai Paesi dell’Unione verrà quindi consentito di indebitarsi oltre i limiti imposti dalle regole europee fino a un massimo di 650 miliardi di euro – probabilmente in un periodo di quattro anni. Altri 150 miliardi verranno poi messi a disposizione dalla Commissione attraverso emissione comune di debito europeo: gli Stati potranno prendere questo denaro in prestito per finanziare spese legate alla difesa.

 

Raccogliendo le perplessità espresse da diversi partiti delle opposizioni  – ma anche dalla Lega che governa insieme a Fdi e Forza Italia – la Premier Giorgia Meloni ha messo in discussione l’aspetto più controverso del piano, ossia la possibilità di dirottare parte dei fondi europei di coesione – quelli disposti per combattere le disuguaglianze territoriali – verso le spese militari. L’Italia ha quindi chiesto che l’opzione fosse volontaria, e Meloni ha assicurato che «noi non li useremo per acquistare armi». Una posizione che può essere letta come dogmatica e volta a placare gli scontri nella maggioranza, dato che l’Italia ha storicamente enormi problemi di efficienza che impediscono di investire i fondi di coesione in modo puntuale ed efficace. Non sappiamo ancora quale somma spenderà l’Italia, ma sul Corriere della Sera il giornalista Federico Fubini calcola che solamente attraverso la deviazione al rialzo della spesa pubblica – permessa dal piano senza incorrere in infrazioni – l’Italia raccoglierebbe fondi in deficit fino a circa 31 miliardi in più. Tradotto: «Se l’Italia riuscisse ad aggiungere un altro 1,5% del Pil sulla Difesa significherebbe raddoppiare l’investimento attuale arrivando a circa 65-66 miliardi di euro», come ha spiegato il sottosegretario alla Difesa, Matteo Perego di Cremnago. A questa cifra poi si aggiungerebbero tra i 20 e 30 miliardi derivanti dai 150 miliardi di euro dati in prestito dalla Commissione agli Stati membri.

 

Durante la riunione è stato discusso anche il rinnovo del sostegno all’Ucraina, che ha trovato però l’opposizione dell’Ungheria di Viktor Orbán. Per questo motivo non è stata raggiunta l’unanimità. Visto che basta il veto di un singolo Paese tra i 27 membri per bloccare l’iniziativa comune, si attende il prossimo Consiglio europeo di fine marzo, dove le misure dovranno essere vagliate a livello ufficiale, per capire se l’Ungheria cambierà idea e si accoderà al resto del gruppo.