Ad Amendolara, in provincia di Cosenza, quattro braccianti sono stati bruciati vivi dentro un minivan, mentre un quinto è riuscito a scappare rompendo un finestrino.  Le immagini delle telecamere di sorveglianza mostrano due uomini che bloccano le portiere dall'esterno e versano benzina dal portellone posteriore. 

I due fermati, accusati di omicidio plurimo aggravato dalla premeditazione, avrebbero agito per punirli perché si erano rifiutati di pagare la quota per il trasporto verso i campi e perché chiedevano di essere pagati per il loro lavoro. Roberto Vannacci, eurodeputato e leader di Futuro Nazionale, ha commentato così: «Se importi il terzo mondo, diventi il terzo mondo. Sono pakistani i due aggressori che hanno bruciato vivi quattro extracomunitari. Queste risorse sono quelle che ci pagano le pensioni. Ora, oltre al patrocinio gratuito per la difesa legale dovremo pagare loro anche il carcere, alla modica somma di 140 euro al giorno».

Eppure, benché ne dicano le destre, c’è un filo che lega l’eccellenza del “Made in Italy” al caporalato e ai ghetti. Dal punto di vista di Vannacci, il caporalato è una questione interna tra «extracomunitari».  Nel 2024, però, nelle campagne di Latina, Satnam Singh, bracciante indiano di 31 anni, sfruttato nell'Agro Pontino senza contratto, era stato abbandonato davanti a casa senza un braccio. Qui è morto per dissanguamento, perché il suo datore di lavoro, l’italiano Antonello Lovato, non voleva rischiare la denuncia portandolo in ospedale. 

Il punto non è chi brucia chi. La questione è che il caporalato produce un ambiente in cui la violenza diventa la norma, giustificata spesso dalle esigenze di un’intera filiera agroalimentare che scarica il costo del ribasso sulla pelle dei lavoratori.  Come scrive Fabio Ciconte nel saggio “Il cibo è politica”, le etichette «caporalato free» sui prodotti testimoniano un mondo alla rovescia, «dove il “buono” (cioè chi produce senza sfruttare le persone) deve provare di esserlo attraverso un bollino».  «In un mondo ideale», si chiede Ciconte, «non dovrebbe essere il contrario? Quindi far sì che quei prodotti abbiano un bollino che indichi “prodotto realizzato grazie allo sfruttamento dei lavoratori?”». Forse, secondo Ciconte, siamo troppo impegnati a rivendicare il distintivo, quanto inutile e performativo, “io compro senza sfruttamento”, dimenticandoci di lottare collettivamente contro ciò che non va.