Dopo il blocco in mare della Global Sumud Flotilla, i magistrati hanno aperto un fascicolo per sequestro di persona in relazione all’intervento delle autorità israeliane, che hanno fermato 22 imbarcazioni dirette verso il Mediterraneo orientale. Sul tavolo sono finiti tre esposti, due dei quali riguardano la sorte di Thiago Ávila e Saif Abukeshek, i due attivisti trasferiti in Israele e ancora detenuti dopo essere stati fermati mentre si trovavano a bordo di barche italiane.

Come riporta la Ong Adalah, Avila ha riferito di essere stato «sottoposto a estrema brutalità da parte dell’esercito israeliano». Sarebbe stato «trascinato a faccia in giù sul pavimento e picchiato così violentemente da perdere conoscenza due volte». 

Abukeshek ha invece riferito «di essere stato tenuto con le mani legate e bendato, e costretto a rimanere sdraiato a faccia in giù sul pavimento dal momento della cattura fino a questa mattina, riportando lividi al volto e alle mani». Anche l’inviato de Il manifesto Andrea Sceresini ha raccontato la violenza utilizzata dall’esercito israeliano. «Il nostro carcere galleggiante consisteva in quattro container disposti a rettangolo e incorniciati di filo spinato», scrive sul Manifesto.

«Alcuni ci scattavano delle fotografie, altri facevano «ciao» con la mano o simulavano piccoli balletti per prendersi gioco di noi», continua Sceresini. «Letteralmente, non avevamo idea di cosa aspettarci. Sapevamo soltanto che stavamo navigando verso sudest (...) e quindi verso la deportazione in Israele». Secondo la ricostruzione fornita dagli attivisti presenti a bordo, il fermo è avvenuto a oltre 1000 km da Gaza. «Non pensavamo davvero che avrebbero avviato manovre di intercettazione a 650 miglia nautiche da Gaza», racconta a VD Dario Salvetti, del Collettivo di fabbrica ex Gkn, imbarcato nella missione. 

«Le navi formalmente erano dirette a Creta: presupporre che avremmo continuato verso Gaza era una loro supposizione». Prima dell’assalto, spiega, la flottiglia aveva già percepito di essere monitorata. «Dopo circa tre giorni di navigazione abbiamo visto una presenza anomala di droni. A un certo punto sono andati giù tutti i collegamenti radio, compreso il canale per lanciare i Mayday». Il blackout delle comunicazioni è stato il preludio all’operazione. «Ricevevamo messaggi radio minacciosi e venivano simulati falsi Mayday», aggiunge Salvetti.

Tony La Piccirella, attivista italiano già presente nella prima missione di ottobre, descrive un’operazione molto più dura rispetto alle precedenti. «Non c’era nemmeno più il tentativo di costruire propaganda. È stato tutto molto più brutale», racconta a VD.  «Da centinaia di metri avevamo già i laser verdi dei fucili automatici puntati al petto e alla testa. Poi sono saliti sull’imbarcazione, hanno distrutto vele e attrezzature, dirottato la barca verso la nave cargo e ci hanno fatto mettere in ginocchio a prua con le mani legate». Le persone sarebbero state private di giacche e felpe e lasciate in piena notte nel Mediterraneo, al freddo, solo con la maglietta. «Ci sono state torture psicologiche, minacce di restare lì per mesi, che i container sarebbero stati allagati», racconta ancora Salvetti. 

«Quando alcuni hanno fatto resistenza passiva per protestare contro il trattenimento di due compagni sono stati usati proiettili di gomma, bombe stordenti, pugni e calci». Per gli attivisti, un nodo centrale riguarda il ruolo della Grecia. «Abbiamo fatto rotta verso le coste di Creta, ma la Guardia costiera greca per cinque ore non ha fatto assolutamente nulla», racconta Tony La Piccirella a VD. «Abbiamo poi saputo che c’erano tre navi della Marina militare greca in osservazione: di fatto compartecipi». Come spiega La Piccirella, «la Grecia è uno dei governi più complici assieme all’Italia, alla Germania e agli Stati Uniti».

Secondo l’attivista, anche il successivo rilascio di molti attivisti va letto in chiave politica. «Non è un caso che gli italiani siano stati rilasciati rapidamente», spiega La Piccirella. «Un mio potenziale arresto, come quello di altri italiani, avrebbe messo in difficoltà un governo alleato che fornisce supporto politico, economico e militare a Israele».

Il blocco della Flotilla degli ultimi giorni si inserisce in un quadro già molto delicato. Nelle ultime settimane, infatti, la Procura di Roma ha aperto un nuovo fronte d’indagine, ipotizzando anche il reato di tortura, oltre a sequestro di persona, rapina e danneggiamento con pericolo di naufragio, in relazione alle operazioni di blocco e abbordaggio delle imbarcazioni dei mesi scorsi. I magistrati hanno ascoltato diversi partecipanti per ricostruire le fasi dell’intervento e del successivo trattenimento e ora stanno valutando una rogatoria internazionale verso Israele.

Nonostante il blocco, comunque, la missione della Global Sumud Flotilla non si interrompe. Alcune barche sono ancora ferme in mare, mentre altre si stanno riorganizzando per ripartire. «Oggi non esiste un argine istituzionale né legale», conclude La Piccirella. «Fino a che l’Europa non recupererà la propria spina dorsale, l’unica maniera di difendere vite e diritti del popolo palestinese è metterci in prima linea».