La nuova modifica al DDL sulla violenza sessuale è un passo indietro
di Melissa AgliettiDal disegno di legge sulla violenza sessuale è scomparsa la formula «consenso libero e attuale», che avrebbe dovuto rappresentare l’elemento centrale per valutare il reato di violenza sessuale. Il ddl mirava alla modifica dell’articolo 609-bis del Codice penale ed era stato approvato all’unanimità dalla Camera nel mese di novembre.
Attualmente, il codice penale italiano riconosce la violenza sessuale solo in presenza di coercizione, violenza manifesta o abuso di autorità. L’introduzione del consenso, prevista nella proposta votata a novembre, avrebbe consentito di superare questa impostazione.
«Questa nuova proposta di legge non è solo un’occasione persa», spiega Marta Cigna, avvocata di Differenza Donna, a VD News. «È una modifica peggiorativa rispetto al testo che era stato approvato alla Camera proprio perché introduce al suo interno il dissenso, cioè la manifestazione di volontà contraria da parte della donna». Il focus, quindi, si sposta sul “no” della vittima, e non su chi è accusato di aver compiuto la violenza.
Fino a questo momento, il dissenso non era un aspetto normato all’interno della legge, ma piuttosto una strategia che la difesa dell’imputato poteva adottare sulla base di un’interpretazione dell’attuale normativa. «Molto spesso questo portava a forme di vittimizzazione secondaria della donna, che si trovava a dover rispondere a domande lesive della sua dignità, come “perché non hai chiesto aiuto?” o “perché non l’hai morso?”», racconta Cigna. «Sappiamo però benissimo che ci sono casi in cui la donna non riesce a reagire e si paralizza».
Con la nuova proposta, questo tipo di strategia viene legittimato. «Finora, per gran parte della giurisprudenza, il dissenso della donna era ritenuto sempre presunto, quindi la norma poteva essere interpretata anche a favore delle stesse vittime. Era qualcosa su cui poter far leva durante il processo». Secondo questa interpretazione, non si poteva giudicare la sussistenza del reato «sulla base del tipo di reazione che può avere una persona in una situazione del genere», e questo ha consentito, in alcuni casi, di procedere in modo da tutelare le vittime.
Negli ultimi mesi, le associazioni femministe hanno chiesto con forza l’introduzione nel testo della dicitura «consenso libero e attuale» e fino a poche settimane fa sembrava che su questo punto fosse stato raggiunto un accordo tra le diverse forze politiche.
Il consenso, valutato all’interno di un contesto, avrebbe dovuto essere provato sulla base della possibilità e della capacità della donna di autodeterminarsi in quella specifica circostanza. «Se la persona ha bevuto o si sente costretta, non c’è di certo un incontro di volontà libere. Deve esserci un contesto in cui quella persona può esprimere un valido consenso». In assenza di questo, si configura lo stupro.
Per la maggioranza di governo, tuttavia, quella formula sarebbe «troppo vaga». «Qui c’è alla base un pregiudizio, ovvero che le donne siano di “facile” denuncia», spiega Cigna. «Ma non trova riscontro nei numeri. Le donne che si rivolgono a noi nei Centri antiviolenza spesso non denunciano proprio perché sono spaventate da quello che accade nelle aule».
«Non si accusa alla leggera, ma soprattutto non ci sono fondamenta statistiche che rivelino un problema di denunce false per violenza sessuale».
Il testo base del ddl resta quello proposto da Giulia Bongiorno, relatrice del provvedimento e senatrice della Lega, che ha difeso la nuova formulazione. «Il mio testo mette al centro la volontà della donna, non crea nessuna inversione dell’onere della prova. Per la prima volta in Italia, quando non c’è né consenso né dissenso, c’è una presunzione di dissenso nei cosiddetti casi di freezing. Quindi una svolta a favore delle donne. Chi dice il contrario, a mio avviso, forse dovrebbe riflettere».
Secondo le associazioni, però, l’introduzione del «consenso libero e attuale» avrebbe consentito all’Italia di allinearsi a quanto previsto dalla Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne, ratificata anche dal nostro Paese. «Dovremmo favorire l’accesso delle donne alla giustizia», conclude Cigna. «Dobbiamo adeguarci agli altri Paesi europei».