La Sumud Flotilla è entrata in una zona di mare davanti a Gaza e - al momento in cui scriviamo questo pezzo - si trova ancora in acque internazionali. Superate le 120 miglia da Gaza, si troverebbe in una zona in cui le precedenti missioni (Handala e Madleen), sono state intercettate dalla marina israeliana, anche se in questa porzione di mare Israele non ha nessuna giurisdizione.

Il governo italiano ha invitato nel frattempo la Global Sumud Flotilla a «non forzare il blocco navale» di Israele nelle acque davanti alla Striscia di Gaza. Si tratta di acque che sono palestinesi, ma che Israele considera di sua pertinenza sin dal 2009, anno in cui ha imposto un blocco navale, terrestre e aereo sulla Striscia di Gaza, dopo l’operazione Piombo Fuso, con l’obiettivo dichiarato di impedire l’ingresso di armi e materiali che possano essere usati da Hamas. Di fatto, però, il blocco limita anche il passaggio di persone e beni, persino l’accesso degli aiuti umanitari.

In teoria, come riporta Pagella Politica, però, gli Accordi di Oslo del 1995 hanno diviso il mare antistante Gaza in zone con competenze civili palestinesi, come la pesca, ma sotto controllo di sicurezza israeliano. Ne consegue che non si tratta né di acque israeliane in senso pieno né di acque palestinesi sotto sovranità illimitata. Inoltre, al momento, a riconoscere lo Stato di Palestina sono 157 dei 193 stati membri delle Nazioni Unite e due Stati non membri (Città del Vaticano e Repubblica Democratica Araba dei Sahrawi).

Ma sempre come dice Pagella Politica, la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare assegna allo Stato costiero sovranità fino a 12 miglia nautiche e diritti su una zona economica esclusiva fino a 200 miglia. La Palestina ha aderito alla Convenzione nel 2015 e quindi, in linea di principio, quelle acque sarebbero di sua pertinenza. Secondo la normativa, ogni Stato costiero ha sovranità sulle proprie acque territoriali, che si estendono fino a 12 miglia nautiche dalla linea di base della costa. Sulle acque palestinesi Israele ha imposto un blocco - in maniera illegittima secondo risoluzioni Onu - che addirittura va oltre questo limite, soprattutto ogni volta che una nave ha tentato di violarlo.

Nel diritto internazionale il blocco navale non è vietato. Il Manuale di Sanremo sul diritto internazionale applicabile nei conflitti armati in mare e spesso utilizzato da Israele per giustificare il proprio operato lo considera legittimo, seppur solo in certe condizioni. Ad esempio, si legge nel documento, «gli attacchi non devono eccedere la forza necessaria a respingere l’aggressione» e «devono essere diretti solo contro obiettivi militari, navi mercantili e aerei civili sono considerati beni civili, salvo si trasformino in obiettivi militari».

La legittimità però del blocco navale imposto da Israele è stata messa più volte in discussione: il blocco può essere legittimo in caso di conflitto internazionale, come stabilì nel 2011 una commissione d’inchiesta Onu che però condannò l’abbordaggio violento di Israele nei confronti delle navi che avevano tentato di forzarlo (ad esempio nel caso della Mavi Marmara, conclusosi con l’uccisione di 10 attivisti della Flotilla da parte di Israele). Come riporta l’Ispi, questa valutazione fu però fortemente contestata da esperti e organizzazioni internazionali, secondo i quali la situazione di Gaza «non può essere assimilata a una guerra tra due Stati e Hamas non può essere considerata la legittima rappresentanza della popolazione della Striscia». Inoltre, il blocco per essere legittimo «non dovrebbe infliggere danni sproporzionati alla popolazione civile, non deve affamarla né impedire l’arrivo di aiuti umanitari». 

Stando invece alla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982, la Convenzione di Montego Bay, il principio del “passaggio inoffensivo” è riconosciuto, e  consente alle navi straniere di attraversare le acque territoriali di uno Stato senza arrecare danno. In base al trattato, le navi della Flotilla dovrebbero poter raggiungere la Striscia di Gaza senza violare il diritto internazionale del mare perché non minacciano lo Stato di Israele.

Le acque davanti alla Striscia non sono quindi acque israeliane e bloccare l’arrivo di aiuti durante una carestia è una forma di punizione collettiva della popolazione civile vietata dalle Convenzioni di Ginevra e dai protocolli aggiuntivi.