Siamo costretti a scegliere tra sfruttamento o morte
di Melissa AgliettiAll’inizio della settimana, Glovo, la piattaforma di consegne a domicilio, aveva annunciato l’introduzione di bonus economici legati al caldo per i rider, ovvero i lavoratori che si occupano delle consegne. Nella comunicazione inviata ai collaboratori si leggeva: «Per una temperatura compresa fra i 32 °C e i 36 °C riceverai un bonus del 2%, fra i 36 °C e i 40 °C un bonus del 4%, e oltre i 40 °C un bonus dell’8%».
Si tratta di compensi minimi, che avrebbero garantito solo pochi centesimi in più per ciascuna consegna, a fronte di rischi reali e importanti per la salute legati all’esposizione prolungata al caldo estremo. Il bonus è stato poi sospeso, ma non tutti i lavoratori si sono detti soddisfatti della decisione.
«Avrei preferito lavorare», ha raccontato un rider torinese alla Stampa. «In questo periodo gli ordini sono pochi e le ore serali non bastano per portare a casa uno stipendio dignitoso. Capisco le precauzioni per la salute, ma abbiamo bisogno di tutele, non di restare fermi senza poter lavorare».
Per molti rider, lavorare significa subire sfruttamento, ma non lavorare significa non sopravvivere, perdere ogni possibilità di indipendenza economica, andare incontro a una forma di morte sociale. In un sistema dove anche la salute viene messa a reddito, si è spesso costretti ad accettare condizioni precarie, esponendosi a rischi reali per pochi spiccioli.
Il paradosso è evidente: quando si reclamano maggiori tutele, le condizioni contrattuali proposte finiscono per essere più penalizzanti, anche sul piano economico, perché non contemplano l’“autosfruttamento” che invece la precarietà consente.
Ma il lavoro a ogni costo non può e non deve cancellare il bisogno di diritti.