Anna Chiti, 17 anni, è l’ultima vittima di un lavoro che uccide
di Davide TragliaAnna Chiti aveva 17 anni. Era al suo primo giorno di lavoro su un catamarano ormeggiato nella marina di Sant’Elena, a Venezia. La dinamica dell’incidente non è ancora chiarissima: secondo una prima ricostruzione, la giovane sarebbe scivolata da un catamarano finendo in acqua e rimanendo impigliata nell’elica dell’imbarcazione.
Sarà la magistratura a stabilire le responsabilità e accertare cosa sia accaduto realmente. Ma le parole del padre, Umberto Chiti, pongono già interrogativi importanti: «Era a bordo per fare l’interprete. Non avrebbe dovuto fare il marinaio. Per quel tipo di barca ci voleva più personale, invece lei era da sola con lo skipper».
La morte di Anna ci racconta qualcosa che in Italia continuiamo a ignorare o a considerare inevitabile: si muore troppo spesso di lavoro. Giovani, meno giovani, italiani, stranieri. L’età, il contratto o il settore contano fino a un certo punto. Il denominatore comune è l’insicurezza. E il numero di caduti sul lavoro è lo specchio più crudele di una società che continua a sacrificare le persone sull’altare della produttività.
Secondo i dati Inail, nei primi tre mesi del 2025 sono già 205 i morti sul lavoro. Un numero che, purtroppo, conferma il trend del 2024, anno in cui ci sono state 1.090 vittime, quasi tre al giorno. Le costruzioni restano il comparto più colpito, seguite dall’agricoltura. I lavoratori stranieri sono ancora i più esposti, e le fasce d’età più vulnerabili sono quelle sopra i 55 anni. Ma a morire, come Anna, sono anche i giovanissimi.
Si muore perché il lavoro è povero e precario. Perché si lavora in fretta, sotto pressione. Perché si ha paura di essere sostituiti, e ci si abitua a considerare la sicurezza un lusso. Si muore come Satnam Singh, bracciante agricolo rimasto incastrato in un macchinario che gli ha tranciato un braccio. Si muore come Luana D’Orazio, stritolata da un orditoio in fabbrica. Si muore come Patrizio Spasiano, durante un tirocinio a 500 euro al mese a causa di una fuga di ammoniaca. Si muore cadendo da un’impalcatura, restando folgorati o travolti. Ma si muore anche “in itinere”, durante gli spostamenti da un luogo di lavoro all’altro. E si muore mentre si impara a lavorare, come accade durante i percorsi di alternanza scuola-lavoro.
Nei primi mesi del 2025, infatti, quasi 600 studenti hanno denunciato incidenti durante i percorsi di Pcto (ex alternanza scuola-lavoro). Le denunce complessive degli studenti all’Inail hanno raggiunto quota 15.734, con cinque decessi solo nei primi due mesi dell’anno, contro uno nel 2024. Un aumento che dovrebbe far riflettere.
Invece no. Il Governo ha deciso di estendere questi percorsi già ai 15enni, dal secondo anno delle scuole superiori. Il messaggio è chiaro: preparare i giovani a un lavoro precario, mal retribuito e, spesso, pericoloso.
È evidente che il problema non è soltanto tecnico o normativo, ma culturale. L’idea dominante è che la sicurezza sia un costo, un ostacolo, qualcosa da eludere. Il sistema degli appalti e subappalti ha reso più facile scaricare le responsabilità, mentre il lavoro diventa sempre più frammentato, instabile, precario. Chi lavora ha sempre meno tutele, meno voce, meno possibilità di dire “no”.
Per questo il prossimo 8 e 9 giugno, con il referendum sul lavoro, i cittadini italiani potranno esprimersi su temi centrali: la tutela contro i licenziamenti illegittimi, la giustificazione obbligatoria dei contratti a termine, la responsabilità negli appalti e subappalti, le condizioni dei lavoratori più vulnerabili. Non restituirà Anna né le altre centinaia di vittime. Ma potrebbe, forse, salvare qualcun altro domani.