Il voto fuori sede non è un favore, è un diritto
di Davide TragliaÈ inaccettabile anche solo pensare che l’effettività di un diritto costituzionale possa dipendere dalla sua efficienza, dalla quantità di persone coinvolte o dalla comodità per chi governa. Un diritto è un diritto. Va garantito, non condizionato.
Proprio su questo crinale scivoloso si è mosso il governo, negando fino all’ultimo la possibilità di voto ai fuori sede. Si è appellato alla mancanza di «copertura legislativa» e ha definito fallimentare la sperimentazione delle elezioni europee. Solo dopo forti pressioni da comitati, associazioni e grazie alla tenacia delle opposizioni, il voto fuori dal comune di residenza è stato concesso. Ancora una volta, però, solo in via sperimentale.
Questa resistenza racconta qualcosa di più profondo del solo iter legislativo: ci dice che in Italia, nel 2025, ci si sente legittimati a trattare alcuni diritti come secondari, negoziabili, subordinati alla loro presunta funzionalità. Ma in una Repubblica fondata sul suffragio universale, ciò è un tradimento dello spirito costituzionale.
È vero, alle europee del 2024 solo 24mila studenti su circa 600mila avevano fatto richiesta di voto, e meno di 20mila hanno effettivamente votato. Ma il sistema era tutt’altro che accessibile: si poteva votare solo se domiciliati nella stessa circoscrizione elettorale; altrimenti, bisognava spostarsi fino al capoluogo di regione. Una corsa a ostacoli per un diritto fondamentale.
Anche ammettendo una bassa partecipazione, comunque, l’obiezione resta grave: significa accettare che un diritto possa essere sospeso se esercitato da pochi o se logisticamente complesso. Ma allora, con lo stesso criterio, dovremmo chiudere i giornali perché li leggono in pochi, le scuole per mancanza di iscritti, gli ospedali nelle aree interne perché troppo costosi. La democrazia si misura proprio dalla capacità di garantire i diritti anche quando non è «conveniente». Se un diritto non funziona bene, si migliora. Se pochi lo esercitano, si promuove la partecipazione, non si smantella certo il principio.
E qui si apre un’altra questione: a chi non conviene che votino i fuorisede? Alle europee, i dati hanno parlato chiaro: la maggioranza di loro ha votato per partiti progressisti, mentre il centrodestra è rimasto largamente minoritario. È legittimo quindi chiedersi se dietro questa prudenza non ci sia anche un calcolo politico: la paura di dare voce a un elettorato giovane, critico, informato, che – seppur numericamente contenuto – afferma dei principi chiari: che non si può morire di lavoro e che la cittadinanza non si esaurisce nella residenza anagrafica.
Alla fine, ci sarà un’altra sperimentazione. Per i referendum dell’8 e 9 giugno sarà possibile votare da fuorisede, ma solo temporaneamente e con diverse limitazioni. È un passo avanti, ma non basta. L’Italia è infatti l’unico grande Paese dell’Unione Europea a non prevedere strutturalmente il voto a distanza per i fuorisede. Soltanto Cipro e Malta ci accompagnano in questo ritardo. Non si può continuare a trattare un diritto come un esperimento occasionale: serve una legge nazionale, chiara e stabile, che garantisca a chi studia, lavora o si cura lontano da casa la possibilità di votare in tutte le elezioni, non solo quando fa comodo.
Nel frattempo, sul fronte referendario, regna il silenzio. I cinque quesiti dell’8 e 9 giugno – quattro sul lavoro, uno sulla cittadinanza – sono ignorati dai media, assenti dal dibattito pubblico. Il quorum si raggiunge soltanto se le persone sanno che si vota. Solo se comprendono il significato dei quesiti. Ogni spazio comunicativo, ogni apparizione pubblica o social dovrebbe servire a ricordarlo: si vota, ci sono cinque quesiti, andare alle urne è un dovere democratico. Più fuorisede voteranno, più sarà chiaro che questo diritto non è “di pochi”, né una questione marginale, ma una questione di civiltà.
Il tempo delle sperimentazioni è finito. Il voto dei fuorisede non può restare una concessione eccezionale, valutata di volta in volta in base ai numeri o alle convenienze. È un diritto e va garantito pienamente. Una Repubblica fondata sulla partecipazione democratica non può permettersi di escludere centinaia di migliaia di cittadini solo perché “non è semplice” o «manca la copertura legislativa». Non c’è nulla di più semplice, in realtà, del rispetto della nostra Costituzione.