La guerra del Governo alla cannabis light lascerà a casa 22mila lavoratori
di Davide TragliaIl Decreto Sicurezza, approvato dal Consiglio dei Ministri lo scorso 4 aprile, segna un drastico punto di svolta per il settore della cannabis light in Italia. Con l’introduzione del divieto assoluto di lavorazione, commercializzazione e importazione della canapa con un contenuto di THC inferiore allo 0,5% – quindi priva di effetti psicotropi – il governo Meloni ha inferto un colpo durissimo a un comparto economico giovane, dinamico e, fino a pochi giorni fa, perfettamente legale.
Il provvedimento, entrato in vigore sabato 12 aprile, di fatto equipara la cannabis light alla marijuana ad alto contenuto di THC, ignorando non solo le sentenze della Corte di Cassazione, ma anche la giurisprudenza europea, che ha più volte riconosciuto la legittimità di questo mercato.
Le ripercussioni economiche e occupazionali si preannunciano gravi. Secondo le stime delle associazioni di categoria, oltre 3mila imprese – molte delle quali fondate da giovani under 35 – rischiano la chiusura. Sono a rischio più di 22mila posti di lavoro, mentre il valore dell’intero comparto, limitandosi alle infiorescenze e al mercato nazionale, è stimato intorno ai 2 miliardi di euro l’anno.
«Abbiamo questa attività da sette anni e sapere che avremmo dovuto interrompere la vendita del prodotto che ci fa fare più del 95% del nostro fatturato è stata una doccia fredda», ha raccontato a VD Stefano Gagni, fondatore di Greenova, negozio in zona Furio Camillo, a Roma. «Restiamo aperti pur non vendendo cannabis light per protesta, come atto politico. Questa norma non è stata applicata per motivi di sicurezza. Noi siamo baluardi della legalità: vendiamo prodotti che non hanno effetto drogante, con regolare fattura e analisi di laboratori accreditati».
Il decreto-legge va in controtendenza rispetto alla posizione dell’Unione Europea, che già nell’ottobre 2024 ha ribadito che non si possono imporre restrizioni alla canapa industriale senza prove scientifiche di pericolosità. Anche nel 2020, la Corte UE aveva escluso il CBD dalla lista delle sostanze stupefacenti, riconoscendo il suo valore non solo economico ma anche terapeutico.
«In Francia avevano provato a bloccare l’infiorescenza, ma è durata poco perché in Europa la canapa è una merce legale e vige la libera circolazione delle merci», ha spiegato a VD Chiara Lo Cascio, proprietaria di Zia Maria e membro di Canapa Sativa Italia. «Speriamo che anche stavolta ci sia un richiamo dalla Corte di Giustizia o dal Parlamento europeo».
Il decreto non prevede nemmeno una fase transitoria per smaltire le scorte. Chi ha merce in magazzino rischia immediatamente denunce e sequestri. Una situazione che ha spinto molti a fermare la produzione o chiudere le attività, nell’incertezza più totale.
«Se un prodotto diventa illegale, dovrebbero essere fornite indicazioni specifiche e dato del tempo per smaltire i prodotti. Non è che uno il giorno prima lavora normalmente e il giorno dopo ha merce illegale», ha spiegato nei giorni scorsi a VD Mattia Cusani, presidente di Canapa Sativa Italia.
Il timore diffuso fra gli operatori del settore è che il divieto alimenti il mercato nero e favorisca le multinazionali del tabacco e del farmaco. Inoltre, grazie alla libera circolazione delle merci in UE, i consumatori italiani potranno comunque acquistare online da siti europei.
«È soltanto un autogol per i lavoratori e gli imprenditori italiani», commenta ancora Lo Cascio. «Il nostro prodotto ha anche un ruolo sociale: aiuta chi vuole ridurre il consumo di THC, psicofarmaci, alcol o sigarette. Lo stiamo regalando alla criminalità organizzata e alle lobby internazionali».
Il quadro che emerge è quello di una filiera colpita senza tutele né garanzie, con un futuro estremamente incerto. Un settore costruito con anni di investimenti e sacrifici rischia ora di essere cancellato da un decreto che ignora competenze, legalità e sostenibilità. «Io non posso diventare un’enoteca, come ha suggerito qualcuno del governo. Bevo vino, ma non ne capisco», ironizza Gagni. «Serve competenza per vendere qualcosa. Siamo imprenditori, non criminali, e meritiamo un trattamento diverso».
Le associazioni di categoria sono già al lavoro per impugnare il decreto. Il prossimo banco di prova sarà la conversione in legge, prevista entro 60 giorni. «Come Canapa Sativa Italia difenderemo con fermezza il nostro settore e gli investimenti di migliaia di imprenditori», conclude Lo Cascio. «Continueremo a lottare in tutte le sedi legittime, nazionali ed europee. Non permetteremo che vengano mandate in fumo 22mila aziende e 2 miliardi di euro».