In Italia non vogliamo contare correttamente i femminicidi
Sui femminicidi abbiamo due tipi di dati ufficiali: quelli contenuti nel report Istat - pubblicati ogni anno il 25 novembre, giornata internazionale per l’eliminazione della violenza di genere - e quelli diffusi dal ministero dell’Interno, che però non usa la parola “femminicidio”. Ma i numeri sono raccolti con modalità diverse sia in termini di tempistiche che di criteri adottati.
Questo significa che non conosciamo bene il fenomeno e di conseguenza le istituzioni non sono in grado di attuare politiche concrete da cui partire per prevenirlo e capirne quanto la cultura della violenza di genere sia radicata nella nostra società. La raccolta dei dati del Viminale è stata fino a ora settimanale, ma il ministero dell’Interno ha fatto sapere che d’ora in poi sarà trimestrale. Come riporta il Post, la giornalista Donata Columbro ha spiegato che non è stata data nessuna spiegazione sul cambio delle tempistiche legate alla diffusione dei dati: «In mancanza di spiegazioni, questo vuoto può far pensare solo a un loro disinteresse». «Solo misurando e mettendo insieme i pezzi - aggiunge - possiamo capire quali azioni realmente efficaci siano da intraprendere a livello politico».
«A ucciderci sono i fischi per strada e i "no" che non rispettate»
Oltre ai dati raccolti dalle istituzioni ci sono quelli presi “dal basso” dall’Osservatorio di Non Una Di Meno e che prende in considerazione anche i casi di lesbicidi e transcidicasi e i casi di suicidio indotto o di uccisioni di uomini sempre se legati a violenza di matrice patriarcale. Si tratta di un modo di raccogliere non solo dati ma anche per ricordare e raccontare le storie di chi non c’è più, senza le distorsioni mediatiche che spesso vengono prodotte intorno a questi casi. «Se non ci contiamo tra di noi non ci conta nessuno», ha detto Columbro. «E senza le storie raccontate da altre come noi, non ci racconta nessuno».