Nell'estate del 2025, con giugno che ha battuto ogni record termico in Europa e temperature che in alcune città italiane hanno superato i 42 gradi, una parola ha cominciato a comparire sempre più spesso nei comunicati comunali e nelle conversazioni di chi lavora sull'adattamento climatico urbano: rifugio climatico. Un concetto semplice, quasi ovvio nella sua logica, eppure fino a poco tempo fa quasi del tutto assente dal vocabolario delle politiche pubbliche italiane.

Un rifugio climatico è un luogo pubblico ad accesso libero e gratuito che offre ristoro dalle temperature estreme, pur mantenendo le sue regolari funzioni. Non è un pronto soccorso, non è un dormitorio: è uno spazio già esistente – una biblioteca, un parco ombreggiato, un museo, un centro di quartiere – identificato, mappato e segnalato come punto di riferimento per chiunque abbia bisogno di sollievo dal caldo.

I criteri minimi sono essenziali: temperatura più fresca rispetto all'esterno, acqua potabile, sedute, servizi igienici, ingresso gratuito senza limiti di tempo. Per gli spazi aperti, la soglia è un'ombreggiatura superiore al 70% della superficie. Per quelli chiusi, aria condizionata funzionante e accesso senza obbligo di acquisto. Dietro questa semplicità si nasconde una filosofia di welfare urbano ancora poco radicata in Italia: l'idea che il caldo estremo vada gestito come problema collettivo. Le persone più esposte – anziani soli, senza fissa dimora, famiglie senza condizionatore – non hanno la stessa capacità di adattamento di chi può restare al fresco in casa. I rifugi climatici sono una risposta a questa disparità.

Il problema di fondo è strutturale. Le città sono significativamente più calde delle aree rurali circostanti – fino a 4 gradi in più nelle zone più dense e cementificate – per via dell'effetto "isola di calore urbana": asfalto e cemento assorbono calore durante il giorno e lo rilasciano di notte, rendendo le estati sempre meno sopportabili. La soluzione di lungo periodo è il verde urbano: secondo SNPA e ISPRA, nei quartieri dove la copertura arborea supera il 50% le temperature sono fino a 2,2 gradi più basse. Ma costruire infrastrutture verdi richiede anni e risorse ingenti.

Nel frattempo servono risposte immediate. È in questo spazio che si inseriscono i rifugi climatici: non una soluzione strutturale, ma una misura di protezione urgente per chi è più esposto. Alcune città stanno però lavorando anche sulla strategia di lungo periodo. Genova è la prima in Italia ad aver inserito la depavimentazione nel proprio Piano Urbanistico Comunale: togliere asfalto e cemento per restituire spazio a suolo permeabile e vegetazione, riducendo le isole di calore e migliorando l'assorbimento dell'acqua. Il primo intervento è previsto a Villa Bombrini, nel quartiere di Cornigliano, con 13 ettari da trasformare in parco urbano.

L'Italia si muove, ma in ordine sparso. Non esiste una legge quadro, non esiste un protocollo nazionale, non esiste nemmeno una definizione condivisa. Alcune città si sono mosse con decisione: Firenze e Bologna hanno reti strutturate con segnaletica e mappe ufficiali, Milano ha censito 116 "Spazi Freschi" nei suoi nove Municipi, Torino sperimenta le "isole climatiche mobili" – container climatizzati installati nei quartieri più caldi. Parma ha avviato un progetto pilota nel quartiere San Leonardo che va oltre il semplice ristoro: rifugi concepiti come presìdi socio-climatici con orientamento sanitario e socialità, nell'ambito del programma europeo Horizon URBREATH. A Napoli, in assenza di una rete comunale, ci ha pensato Cleanap, associazione indipendente, che ha mappato diversi luoghi freschi aggiornabili dai cittadini. Roma sta ancora lavorando alla sua mappatura ufficiale, attesa per il 2026. Abbiamo raccolto questi dati in una mappa consultabile qui, aggiornata il 19 giugno 2026.

Il caso di Napoli non è isolato. A Poggio Torriana, piccolo comune in provincia di Rimini, il primo rifugio climatico della provincia è nato dall'iniziativa dell'associazione Quotidianacom, che ha trasformato la sala teatro del Centro Sociale in uno spazio fresco e gratuito, con letture condivise, musica e teatro, finanziato tramite crowdfunding. Che una rete di protezione dal caldo dipenda ancora, in molte parti d'Italia, dall'iniziativa volontaria di associazioni con pochi fondi e molto entusiasmo, dice qualcosa sullo stato del nostro adattamento climatico urbano. Il paragone con la Spagna, tanto per fare un esempio, è impietoso. Barcellona ha avviato i rifugi climatici nel 2020 e oggi conta quasi 400 spazi, distribuiti in modo che il 98% dei residenti ne raggiunga uno in meno di dieci minuti a piedi. Nel dicembre 2025 il governo Sánchez ha annunciato una rete nazionale, coordinando le reti regionali già esistenti, finanziando nuovi rifugi nei quartieri più vulnerabili e inserendo il tutto in un pacchetto di 80 misure di adattamento climatico.

In Italia, niente di simile è in cantiere. L'Unitel aveva proposto nel 2024 una legge quadro con requisiti minimi condivisi. La proposta è rimasta lettera morta. Ogni comune affronta l'emergenza da solo, con risorse diverse, criteri diversi e senza una segnaletica riconoscibile che attraversi i confini comunali.