Il possibile ritorno di El Niño tra la fine dell’estate e l’autunno 2026 riporta al centro il tema della tenuta delle città di fronte alle ondate di calore estremo. Parliamo di un fenomeno climatico naturale e periodico legato al riscaldamento anomalo delle acque superficiali del Pacifico centro-orientale, in grado di influenzare il clima su scala globale attraverso alterazioni di temperature, venti e precipitazioni. 

A rendere lo scenario più complesso quest’anno è il contesto in cui il fenomeno si inserisce: un pianeta già più caldo rispetto alle serie storiche. In questo quadro, il meteorologo e ricercatore del Cnr-Lamma Giulio Betti, in un’intervista a Repubblica, ha spiegato che «la rapidità con cui si sta formando il fenomeno lascia allibiti». Il nodo principale resta urbano. Le città amplificano le ondate di calore a causa dell’effetto “isola di calore”: asfalto, cemento e alta densità edilizia trattengono le temperature e riducono il raffrescamento notturno. In questo contesto si inserisce il concetto di rifugi climatici: spazi pubblici gratuiti e accessibili dove la popolazione può trovare sollievo durante le giornate più calde. Biblioteche, musei, centri civici, parchi ombreggiati ed edifici pubblici climatizzati vengono progressivamente integrati in reti di protezione urbana. 

In Europa, il caso più avanzato è quello della Spagna. A Barcellona la rete dei rifugi climatici conta oltre 400 spazi distribuiti sul territorio urbano e, nei prossimi mesi, è destinata a ulteriore espansione. In Italia la situazione resta più frammentata. Bologna ha attivato circa 15 rifugi climatici, Firenze ne ha mappati oltre 40. A Roma e Milano esistono iniziative e progetti locali, ma manca ancora una rete strutturata e omogenea su scala cittadina e nazionale. Il tema non è solo urbanistico, ma sanitario e sociale. Le ondate di calore sono già oggi tra le principali cause di mortalità legate agli eventi climatici in Europa. Gli effetti non sono distribuiti in modo uniforme: anziani, persone fragili, lavoratori esposti e chi vive in condizioni abitative precarie risultano i più vulnerabili.

Il punto è che eventi come il Super El Niño non vengono più letti come anomalie isolate, ma come fattori che si sommano a una tendenza strutturale di aumento delle temperature globali. In questo quadro, la capacità di adattamento delle città diventa un elemento centrale non solo di pianificazione urbana, ma di salute pubblica. I rifugi climatici, da misura sperimentale, rischiano così di trasformarsi in una delle infrastrutture essenziali delle città del futuro.