Il burger di soia non è una minaccia per il "made in Italy". La concorrenza sleale sì
di Melissa AgliettiDalla crociata contro le denominazioni “burger vegetale” e “latte di soia”, fino a quella contro la carne sintetica: il governo Meloni ha promesso di difendere il “Made in Italy” e con esso posti di lavoro e consumatori. Eppure, ha esposto agricoltori e allevatori a potenziale concorrenza sleale. Mentre i consumatori rischiano di trovare al supermercato prodotti rischiosi per la salute.
Dopo infatti iniziali resistenze, la premier Giorgia Meloni ha deciso di sostenere il cosiddetto “Mercosur”, l’accordo commerciale di libero scambio tra l’Unione Europea e cinque Paesi sudamericani legati, Brasile, Argentina, Uruguay, Paraguay e Bolivia. L’obiettivo sarebbe quello di garantire alle aziende europee l’apertura a nuovi mercati, anche a fronte dei danni causati dall’introduzione di dazi commerciali da parte di Donald Trump. Come riporta il Post, si tratta di un mercato potenzialmente enorme, che può contare su 280 milioni di persone. In questo modo potrebbero aumentare le esportazioni di prodotti su cui finora sono stati applicati dazi elevati, come le automobili, l’abbigliamento e il vino.
Di contro però c’è la richiesta da parte dei Paesi del Mercosur di aumentare le esportazioni dei loro prodotti alimentari verso l’Unione Europea. Gli agricoltori e gli allevatori sudamericani, però, sono gravati da vincoli ambientali e sanitari meno rigidi di quelli europei. Per intenderci, pesticidi ormai vietati in Italia vengono ancora adoperati nel settore agroindustriale di questi Paesi, con conseguenze sulla salute dei consumatori. Il costo di produzione più basso delle materie prime esportate dal Mercosur, come soia e derivati per mangimi, carne bovina e pollame, rischia di indebolire la posizione dei lavoratori della filiera agroalimentare europea, con perdite in termini di salari, posti di lavoro e diritti.
D’altro canto, anche per i Paesi del Mercosur le conseguenze rischiano di essere disastrose. Le stesse monocolture di soia e la carne proveniente dagli allevamenti intensivi destinati all’export verso l’Europa sono infatti uno dei principali motori della deforestazione amazzonica. Più che un accordo, quindi è una gara al ribasso che rischia di mettere in ginocchio persone e territori.