I termini che di solito vengono attribuiti alla carne, come burger, salsiccia, bistecca o scaloppina, non possono essere associati anche a quelli a base vegetale o coltivati in laboratorio. Lo ha deciso il Parlamento europeo, anche se il voto non comporterà modifiche immediate, perché il testo dovrà prima essere discusso dai paesi membri dell’Unione, ed eventualmente approvato dalla Commissione europea.

Al di là dei costi aggiuntivi che dovranno sobbarcarsi eventualmente le aziende che producono salsicce, burger, affettati vegetali (a partire dal cambio di etichetta sui prodotti e dal marketing), dietro al voto c’è anche la volontà di informare correttamente il consumatore, oltre a quella di difendere presunte tradizioni, anche se sempre più insostenibili per noi e per il mondo che ci circonda. 

È interessante poi notare che tra le informazioni che il Parlamento europeo tiene a specificare a nostra tutela, manchino all’appello quelle ad esempio su come un determinato tipo di prodotto arriva sulla nostra tavola. Il pomodoro che compro come viene coltivato? Proviene da agricoltura intensiva? È prodotto con lo sfruttamento di lavoratori? E la carne che mangio come mai costa così poco? Quanti di noi sanno che parte delle nostre tasse va a finanziare gli allevamenti intensivi e che quel prezzo finale relativamente basso è dovuto proprio a questo? Quanti sanno come “si fanno” le uova? Come sostiene anche Fabio Ciconte in “Il cibo è politica”, perché ad esempio non indicare con un bollino i prodotti che derivano da sfruttamento umano, ambientale e animale? E invece ci accontentiamo delle etichette "biologico" come se “il buono” fosse la - costosa - eccezione.

Abbiamo perso controllo su quello che arriva sulle nostre tavole, su quello che indossiamo e che in genere consumiamo, e mi fa sorridere che la minaccia a noi consumatori provenga proprio dalle diaboliche salsicce di soia. Abbiamo controllo su tante cose, ma non credo che possa essere così frequente confondersi tra carne e soia. E anche fosse, magari potrebbe essere il primo passo per capire che un’alternativa c’è.