La transizione ecologica dell’agricoltura europea è stata tradita. È l’allarme lanciato dall’associazione ambientalista Terra! nel nuovo report “La transizione tradita – Come l’agroindustria ha fermato il Green Deal in agricoltura”, presentato a Roma durante l’assemblea “Terra Comune”, ospitata presso Industrie Fluviali.

Il documento ricostruisce in modo dettagliato le cause che hanno portato all’indebolimento degli obiettivi ambientali stabiliti con il Green Deal del 2019, individuando tra i principali responsabili le pressioni delle lobby agroindustriali, le crisi internazionali – tra cui la guerra in Ucraina – e le proteste del settore agricolo. Il risultato, secondo Terra!, è un arretramento sistematico delle politiche verdi da parte dell’Unione Europea e di governi nazionali come quello italiano.

«Stiamo assistendo a uno smantellamento scientifico delle misure ecologiche in nome di un’autosufficienza produttiva che nasconde interessi privatistici», ha dichiarato Federica Ferrario, responsabile campagne di Terra!. «Servono alleanze tra agricoltura e ambiente, perché la contrapposizione tra le due è una narrazione costruita ad arte».

Tra i segnali più evidenti di questo cambio di rotta, il report elenca la sospensione di obiettivi chiave su sostenibilità e biodiversità, l’esclusione degli allevamenti bovini dalla direttiva sulle emissioni industriali, il ritiro della proposta sull’uso sostenibile dei pesticidi, e il rinvio indefinito del regolamento sui sistemi alimentari sostenibili.

Ampio spazio è dedicato al ruolo giocato dal conflitto in Ucraina. Secondo Terra!, lo spettro della carestia è stato usato come strumento retorico per giustificare deroghe ambientali. Dopo l’invasione russa, circa 25 milioni di tonnellate di cereali rimasero bloccate nei porti ucraini, scatenando timori per la sicurezza alimentare. Ma il report sottolinea che quei carichi, liberati con l’accordo del Mar Nero, sono finiti principalmente in paesi ad alto reddito – come Cina, Spagna, Italia e Turchia – per la zootecnia industriale, non per sfamare popolazioni vulnerabili.

La crisi, sostiene l’associazione, è stata dunque amplificata per favorire un modello produttivo intensivo. Ne sono prova anche le deroghe alla Politica Agricola Comune (PAC) 2023‑2027: tra queste, l’abolizione dell’obbligo di rotazione delle colture e il venir meno della destinazione del 4 % dei terreni agricoli a riposo. Tuttavia, l’impatto reale è stato limitato – appena 75.000 ettari coinvolti su oltre 12 milioni – mentre i rischi ambientali appaiono elevati.

Il report si conclude con un forte monito: «Proprio mentre la crisi climatica accelera – tra siccità, perdita di fertilità dei suoli ed erosione della biodiversità – si sta rinunciando alle misure più urgenti per costruire un’agricoltura sostenibile e resiliente».