Internet ci costringe a parlare quando non abbiamo niente da dire
di Mattia NestoInternet ci fa stare male, ci rende nervosi, aggressivi e compulsivi. Ci costringe a parlare quando non abbiamo niente da dire e soprattutto a reagire quando sarebbe molto meglio rimanere in silenzio. Una notizia, una fotografia, una morte, una guerra, una partita, un film, uno sconosciuto che ha scritto una cavolata: tutto domanda una reazione. Like, commento, repost, indignazione, approvazione e via di seguito. Il silenzio, su Internet, sembra quasi un malfunzionamento, un glitch. Spegniamo lo schermo promettendoci che domani andrà diversamente e qualche minuto dopo siamo di nuovo lì, magari pure a battibeccare con la stessa persona di prima. Tutto vero, molto probabilmente anche per voi. Solo che questa storia ce la siamo raccontata così tante volte da averla trasformata nel catechismo del presente: Internet è il male, gli algoritmi ci manipolano e da qualche parte, prima di smartphone, feed, piattaforme e tutte queste cose qua, esisteva un essere umano più autentico, più libero e puro, finalmente padrone dei propri pensieri. “Internet è una foresta oscura”, titolo magnificente peraltro, di Bogna Konior, pubblicato in Italia da NERO Editions con una prefazione di Laura Tripaldi, parte più o meno da questo disagio e prende una strada decisamente meno battuta, parecchio eccentrica, dove a un certo punto iniziano a comparire UFO, alieni, intelligenze artificiali, McLuhan, Liu Cixin, primo contatto e strani pesci che nuotano dove non arriva la luce. Confusi? Bene così.
Internet, lo sappiamo, è un'infrastruttura talmente pervasiva da essere diventata praticamente un ambiente e Konior ribalta una domanda vecchia quasi quanto l'informatica: abbiamo costruito le macchine per rendere il mondo più adatto agli esseri umani o, facendolo, abbiamo finito per rendere il mondo più adatto alle macchine? McLuhan definiva l'essere umano “l'organo sessuale del mondo della macchina”, immagine meravigliosamente oscena che Konior recupera per descrivere una specie che costruisce computer e, costruendoli, permette ai computer di continuare a proliferare. Quindi noi e loro, esseri umani e macchine, non proprio due entità così facilmente separabili come ci piace, anzi piacerebbe, pensare, quanto piuttosto roba ormai parecchio impastata insieme.
Per capire perché questa selva sia oscura bisogna passare da Liu Cixin. Nella trilogia de “Il problema dei tre corpi” lo scrittore cinese immagina il cosmo come una foresta immersa nel
buio, popolata da civiltà che non possono conoscere davvero le intenzioni delle altre; rivelare la propria posizione, gridare al buio “ehi, siamo qui”, potrebbe quindi essere una mossa fatale. Meglio tacere, nascondersi, non farsi vedere. Una trovata fantascientifica terrificante perché prende uno dei grandi sogni della nostra specie, il primo contatto, incontrare finalmente qualcun altro lassù, e lo rivolta: magari quelli abbastanza intelligenti da sopravvivere sono proprio quelli che hanno capito quanto sia salutare starsene zitti.
Konior prende questa suggestione e la porta in un territorio ancora più strano, popolando la sua selva di intelligenze che possono nuotare nel buio come pesci abissali o scrutarci come rapaci. Due immagini bellissime, anche parecchio sinistre, perché tolgono l'essere umano dal centro senza troppi complimenti. L'ufologia, che occupa una parte importante del libro, perde così qualsiasi carattere di bizzarria: UFO, forme di vita aliene, bot e IA finiscono dentro lo stesso gigantesco problema, quello di un'intelligenza che potrebbe non assomigliarci abbastanza da essere immediatamente riconoscibile come tale. Prima ancora di domandarci come comunicare con qualcosa di radicalmente altro dovremmo forse chiederci se saremmo capaci di accorgerci della sua presenza. La fantascienza ci ha abituati a immaginare il primo contatto come il momento in cui incontriamo qualcosa e decidiamo se pensa, se comunica, se è vivo, se è amichevole o magari vuole friggerci tutti. Una posizione comodissima, tra l'altro, perché siamo sempre noi quelli che guardano, classificano, giudicano. Molto meno comodo immaginare che qualcosa possa aver già riconosciuto noi e magari ci stia guardando da un bel pezzo.
Internet, in piccolo (e in maniera decisamente più miserabile) questa roba ce la fa sperimentare ogni giorno. Basta incontrare qualcuno con un'opinione sufficientemente lontana dalla nostra perché la sua autonomia diventi improvvisamente negoziabile: è stato manipolato, ripete propaganda, è un bot, è un troll, è un NPC. Naturalmente il bot è sempre l'altro. Lui segue uno script, io invece penso con la mia testa, ci mancherebbe. La Dead Internet Theory ha preso questa paranoia e l'ha sparata al massimo, immaginando una rete ormai popolata da bot che parlano con altri bot, mentre noi, gli umani veri, passiamo le giornate a ripetere gli stessi gesti e a reagire agli stessi stimoli secondo automatismi sempre più prevedibili. Che è già abbastanza comico così.
E la foresta cosmica di Liu torna, quasi senza accorgercene, molto terrestre. Dopo decenni trascorsi a celebrare la connessione permanente abbiamo cominciato a fare una cosa curiosa: nasconderci. Chat Telegram, server Discord, forum, gruppi di amici, qualsiasi piccolo buco nel bosco dove poter stare senza dover necessariamente gridare la nostra posizione al mondo intero. Il grande sogno era mettere chiunque in comunicazione con chiunque e adesso uno dei piccoli lussi rimasti consiste nel riuscire a sottrarsi, sparire un po', non dire niente. Nella foresta di Liu sopravvive chi evita di rivelare la propria posizione; in quella digitale di Konior torna desiderabile qualcosa che Internet sembrava aver reso quasi un'anomalia: il silenzio. Comunicare meno, scrive Konior, nascondersi nella foresta oscura.
Certo, sarebbe molto più facile dare la colpa alle macchine e tracciare una bella linea per terra: di qua algoritmi, computer, IA e tutta la ferraglia, di là noi, gli esseri umani veri, biologici, autonomi e possibilmente con l'anima. Una divisione pulita, rassicurante, pure comoda. Peccato che Konior questa consolazione non ce la conceda perché “le catene sono
più strette di quanto sembrino” e nella sua selva uomini, macchine, bot e intelligenze altre sono ormai aggrovigliati da tempo, forse da molto più tempo di quanto siamo disposti ad ammettere. Alcune intelligenze nuotano nel buio, altre magari ci scrutano dall'alto. Noi continuiamo a chiederci quando arriverà finalmente il momento in cui incontreremo qualcosa di veramente alieno, possibilmente con un'astronave sopra la testa così almeno non ci sbagliamo.
E invece magari è già qui. Solo che, persi come siamo nella selva a doomscrollare, continuiamo a guardare dalla parte sbagliata.