“I never had any friends later on like the ones I had when I was twelve. Jesus, does anyone?”. La frase simbolo con cui si chiude Stand by Me è forse una delle più malinconiche mai scritte sull'adolescenza, e anche una delle più giustamente citate. Stephen King, negli anni Ottanta, guardava indietro a un'età perduta, a un'America rurale fatta di periferie, boschi e amicizie che il tempo avrebbe inevitabilmente corrotto. B.R. Yeager parte oggi dallo stesso paesaggio e lo fotografa come fosse un negativo sviluppato male. Anzi, attraverso una Game Boy Camera: sporco, bruciato, infestato, pieno di pixel che grondano sangue e marciume.

In Spazio Negativo, pubblicato da NERO e tradotto da Andrea Cassini, la cittadina di Kinsfield è attraversata da una scia di suicidi adolescenziali che nessuno riesce a spiegare. Come se quella città, apparentemente identica a mille altre d'America, fosse in realtà una soglia, un passaggio tra il mondo di superficie e quello degli inferi. Jill, Ahmir, Lu e Tyler, i protagonisti di questa storia, passano le giornate tra sostanze psicotrope, rituali improvvisati, amicizie tossiche e una droga chiamata Whorl, capace di alterare la percezione fino a spalancare qualcosa che sembra stare oltre la realtà, qualcosa che pulsa appena al di qua del velo, vicinissimo eppure irraggiungibile per la percezione comune.

Yeager scrive un horror, certo. Ma ridurre Spazio Negativo a un "semplice" cosmic horror significherebbe mancare completamente il bersaglio. Qui Lovecraft incontra il body horror, l'orrore psicologico, la narrativa weird e il romanzo generazionale, ma soprattutto incontra internet. Non internet come tema, bensì come forma mentale. O, se preferite, come bug dell'evoluzione umana.

Per anni abbiamo raccontato la provincia americana come il luogo della nostalgia. Da Stand by Me a Stranger Things, passando per buona parte delle serie teen, crescere significava attraversare il male (e il dolore) per uscirne cambiati. In Spazio Negativo non esiste alcun prima da rimpiangere. Questi ragazzi sembrano essere nati già dopo la fine del mondo. Non hanno perso l'innocenza: semplicemente non l'hanno mai conosciuta. L'apatia che li attraversa non è semplice nichilismo adolescenziale. È qualcosa di costitutivo, una biopsia dell'anima prima ancora che una biografia. Le sostanze non servono a divertirsi, ma a sentire qualcosa, anche se quel qualcosa dovesse fare male. I rapporti affettivi oscillano continuamente tra desiderio, dipendenza e autodistruzione. I

corpi si deformano, si consumano, si incidono, si feriscono, diventando il luogo in cui il trauma prende una forma fisica e palpabile. Nel body horror Yeager non cerca il semplice effetto perturbante: trasforma la carne in un archivio del dolore. Ma il colpo di genio del romanzo è altrove.

Leggere Spazio Negativo restituisce la stessa sensazione che si provava esplorando l'internet più sporco della fine degli anni Novanta e dei primi Duemila. Quello dei forum lasciati a marcire, delle pagine costruite in HTML da qualche insonne, delle creepypasta quando ancora non si chiamavano così, delle teorie del complotto che convivevano con le leggende urbane, dei thread infiniti dove qualcuno giurava di aver visto qualcosa che nessun altro avrebbe dovuto vedere. E soprattutto Spazio Negativo gronda dell'immaginario di Rotten.com, il famigerato sito che trasformò fotografie di incidenti, suicidi e corpi dilaniati in una sorta di museo clandestino della morte. Era un internet senza algoritmi, ma già perfettamente consapevole che il morboso genera attenzione. Gli algoritmi sarebbero arrivati dopo. Avevano semplicemente automatizzato un istinto che era già nostro.

Yeager recupera quell'immaginario senza trasformarlo in nostalgia. Lo usa, piuttosto, come un ariete, fino a farne una vera grammatica narrativa.

Le voci si moltiplicano, le testimonianze si contraddicono e i punti di vista cambiano continuamente. Polifonia pura, l'internet dei forum, dove nessuno possedeva la verità ma tutti sembravano custodirne un frammento. Spazio Negativo funziona esattamente così: ogni capitolo promette una rivelazione e finisce invece per aprire un'altra crepa. Il romanzo si comporta come un archivio maledetto, una cartella piena di file di cui nessuno ricorda l'origine. Più vai avanti e meno sei sicuro di quello che hai letto.

È impossibile non pensare all'analogue horror, ai video di Local 58, Gemini Home Entertainment o The Mandela Catalogue, dove il terrore nasce dall'accumulo di frammenti apparentemente innocui. Ma Spazio Negativo fa un passo ulteriore: non si limita a prendere in prestito quell'estetica, la traduce in letteratura.

Ed è qui che entra in gioco il doomscrolling.

Da anni usiamo questa parola per descrivere il gesto quasi pavloviano con cui continuiamo a scorrere notizie, immagini e tragedie sperando che il prossimo post riesca finalmente a spiegare quello precedente. Guerre, omicidi, catastrofi, complotti, video di sorveglianza e incidenti si mescolano a gattini, ricette, luoghi tropicali, balletti e cose da comprare. Tutto finisce nello stesso flusso continuo. Non riusciamo a smettere perché siamo convinti che il tassello successivo darà finalmente un senso al caos.

Naturalmente non succede mai.

Spazio Negativo replica esattamente quella sensazione. Non prende il doomscrolling come semplice fatto di cronaca: ti costringe ad abitarlo. Continui a voltare pagina con la stessa compulsione con cui aggiorni un feed alle due del mattino. Non perché stai cercando un colpo di scena, ma perché il tuo cervello è ormai convinto che la verità si trovi sempre nel contenuto successivo.

È questa, probabilmente, la grande intuizione di Yeager. È probabilmente il tentativo più riuscito di dare una forma narrativa a un'esperienza mentale contemporanea: l'orrore oggi non nasce soltanto da ciò che vediamo ma nasce anche dal modo in cui siamo diventati incapaci di interrompere lo sguardo.

Per questo il libro fa paura anche quando non succede quasi nulla. Perché capisci che il mostro non è soltanto quella presenza che sembra infestare Kinsfield. È il meccanismo che ci spinge a continuare a guardare, a consumare (anzi, a bruciare) immagini sempre più estreme, testimonianze sempre più assurde e tragedie sempre più vicine, senza riuscire davvero a elaborarne nemmeno una.

Se Stand by Me raccontava la fine dell'infanzia, Spazio Negativo racconta la fine dell'innocenza digitale. Il momento in cui internet ha smesso di essere un luogo da esplorare ed è diventato un ambiente da abitare. Un ambiente dove il confine tra folklore, cronaca, paranoia e realtà si è dissolto definitivamente. Chiudendo il romanzo rimane addosso una sensazione strana. Non tanto quella di avere incontrato qualcosa di mostruoso, quanto quella di aver riconosciuto il funzionamento della propria mente. Come quando, dopo mezz'ora passata a scorrere il telefono al buio, senza un motivo preciso, alzi gli occhi dallo schermo e ti accorgi di non ricordare quasi nulla di quello che hai visto. Solo una lunga scia di inquietudine.

Forse è proprio questo il vero spazio negativo evocato dal titolo: non il vuoto tra due immagini, ma quello che resta dentro di noi dopo averne viste a centinaia.