I data center per l’AI producono montagne di rifiuti elettronici
di Davide De GennaroNegli ultimi mesi, i data center sono diventati protagonisti del dibattito pubblico italiano. Queste infrastrutture servono a immagazzinare e processare dati, e si stanno moltiplicando sul territorio nazionale, con investimenti esteri miliardari concentrati soprattutto in Lombardia: la regione ospita 110 dei 252 data center sul suolo italiano. Sono destinati ad aumentare, e alcuni di essi sono dedicati esclusivamente ai servizi di AI. Questa espansione ha dei costi ambientali preoccupanti. Il dibattito si è finora addensato su tre tipi di impatto ambientale: il consumo energetico, e il necessario ricorso a fonti rinnovabili; il consumo di acqua per il raffreddamento; e il consumo di suolo. Su quest'ultimo fronte, la Lombardia ha approvato a maggio 2026 la prima legge regionale italiana sui data center, che punta a incentivare la costruzione in aree industriali dismesse, anziché su terreni verdi agricoli e non. Ma c'è un’altra dimensione dell’impatto ambientale che è ancora sottovalutata: la produzione di rifiuti elettronici.
Il flusso di rifiuti che cresce più velocemente al mondo
I RAEE — Rifiuti di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche, in inglese WEEE (Waste Electric and Electronic Equipment) — sono il flusso di rifiuti in più rapida crescita a livello globale. Secondo il Global E-Waste Monitor delle Nazioni Unite, nel 2022 sono state generate 62 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici, l'82% in più rispetto al 2010. Si prevede che entro il 2030 questa cifra aumenti di un ulteriore 32%, il che significa che la produzione di RAEE sarà raddoppiata in meno di vent'anni. Di tutto questo volume, solo il 22% viene documentato come correttamente raccolto o riciclato. Il resto finisce in discarica o viene spedito illegalmente verso i paesi in via di sviluppo: si stima che circa 3,3 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici siano spediti ogni anno senza un'adeguata supervisione.
I data center contribuiscono a questo problema. Server, schede di rete, hard disk e chip vengono sostituiti in media ogni 3,5 anni, non perché siano guasti, ma perché considerati obsoleti. In un settore dove la supremazia prestazionale detta le regole, componenti funzionanti vengono scartate nel momento in cui un prodotto più performante arriva sul mercato. L'AI sta accelerando ulteriormente questa dinamica. Uno studio pubblicato su Nature Computational Science stima che la domanda di AI generativa potrebbe generare tra 1,2 e 5 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici entro il 2030, a seconda dello scenario di sviluppo. Ricerche più recenti basate su più parametri ridimensionano queste proiezioni, ma stimano comunque fino a 225 milioni di chilogrammi di hardware dismesso entro la stessa data — l'equivalente dell'intera produzione annua di rifiuti elettronici dell'Austria.
Cosa c'è dentro questi rifiuti
La rilevanza del problema cresce se si considerano i materiali contenuti nella componentistica rimossa. RAM, CPU e schede madri contengono oro, argento e palladio. Le schede drive contengono terre rare come disprosio, neodimio e ittrio. Altre componenti elettroniche sono ricche di materie prime critiche come gallio, indio e tungsteno. Secondo il progetto europeo FutuRaM, finanziato dal programma Horizon, nei 10,7 milioni di tonnellate di RAEE prodotti nel 2022 dai paesi dell'area EU27 era incorporato circa un milione di tonnellate di 29 diverse materie prime critiche, cioè quei materiali che l'industria europea considera fondamentali per settori come le rinnovabili, i veicoli elettrici, i dispositivi medici, la difesa. L’Europa li cerca fuori dai propri confini, rimanendo dipendente da fornitori spesso geopoliticamente instabili.
Riciclo: come funziona e perché non basta
Quando l'hardware di un data center raggiunge la fine del suo ciclo di vita, gli operatori si affidano a società terze specializzate nella gestione dei rifiuti elettronici, i cosiddetti ITAD — IT Asset Disposition provider. Questi soggetti dovrebbero garantire la cancellazione sicura dei dati e il corretto smaltimento o riciclo delle componenti. In pratica, il sistema presenta delle lacune: come spiega Marco Bettiol, professore di Economia all’Università di Padova, «Gli operatori di data center comprano hardware da una filiera iper-specializzata nel Sud-Est asiatico, soprattutto Taiwan. Questa filiera non progetta ancora in modo da rendere conveniente il riciclo. Il design for disassembly è un concetto che non è ancora passato lì». C’è anche un problema di trasparenza: «I produttori sostengono che non possono rendere note le specifiche tecniche dei pezzi per preservare il vantaggio competitivo sui concorrenti,» dice Bettiol. «Forse bisognerebbe imporre di renderle pubbliche per facilitare le operazioni di riciclo».
Il riciclo non è quindi una via facile. Ed è anche poco tracciabile. Uno studio condotto dalla TUM di Monaco sul mercato tedesco ha rilevato che non esistono meccanismi di rendicontazione dedicati né database specifici per i rifiuti elettronici prodotti dai data center: lo stesso vale per l’Italia. Questo rende impossibile quantificare con precisione il flusso di RAEE generato dal settore e le quantità di materiali che si riescono a riciclare.
A livello normativo, la Direttiva europea WEEE fornisce un quadro generale per la gestione dei rifiuti elettronici, ma non contiene disposizioni vincolanti specifiche per il settore dei data center: nessun obbligo di tracciamento, target di raccolta, né responsabilità estesa del produttore per le imprese che costruiscono server e apparati di rete.
Il riutilizzo e i suoi limiti
Anche dove il riciclo funziona, il processo è molto energivoro e sfocia nella creazione di nuovi prodotti che diventeranno a loro volta rifiuti, alimentando una filiera a elevato impatto ambientale. L’alternativa più sostenibile sarebbe il riutilizzo, che permetterebbe di allungare la vita media dell’hardware, e quindi ridurre la produzione. Ma anche qui ci sono dei limiti tecnici strutturali, come spiega il professor Bettiol: «Destinare a utilizzi diversi i server le componenti per l’AI è più complicato di quello che può sembrare. Sono progettate per usi altamente specializzati e industriali, e hanno consumi energetici che impediscono un loro altro impiego secondario.»
Guardare all’intera filiera dell’AI
Bettiol, e il suo team di ricerca hanno condotto uno studio di Life Cycle Assessment sul data center utilizzato anche dall’Università, analizzando in termini di CO₂ l'impatto dell'infrastruttura su tutti i fronti, dalla produzione delle componenti, passando per i consumi della fase di uso fino allo smaltimento. Circa l’80% dell'impatto ambientale di quel data center è riconducibile a impatti indiretti, cioè alle emissioni generate per produrre le componenti hardware — server, chip, memorie, apparati di rete — necessarie al suo funzionamento. Lo studio evidenzia anche come alcune scelte apparentemente virtuose a livello locale possano avere un impatto globale maggiore: i nuovi dischi allo stato solido, per esempio, consumano meno energia durante l'uso rispetto ai tradizionali dischi rigidi, ma richiedono molta più CO2 per essere prodotti. «Bisogna iniziare a guardare l’impatto dell’infrastruttura per l’AI da una prospettiva un po’ più ampia, non solo sul piano locale dei data center ma sul piano globale della catena produttiva.»