Super Mario 64 trent’anni fa è stato il primo social network della nostra generazione
di Mattia NestoPer anni ci hanno raccontato che la rivoluzione di Super Mario 64, uscito il 23 giugno 1996, trent’anni fa esatti, è stata il 3D. Vero, verissimo, ma fino a un certo punto. Quello che Nintendo riesce a fare nel ‘96 è qualcosa di più strano e probabilmente più importante: prendere uno spazio virtuale e convincerti che valga la pena passarci del tempo anche quando non stai facendo niente.
Chiunque abbia avuto un Nintendo 64 da bambino se lo ricorda. Certo, c'erano le stelle da raccogliere e Bowser da sistemare, ma la memoria più persistente riguarda quasi sempre altro. Riguarda il castello. Riguarda i corridoi. Riguarda il modo in cui si entrava in una stanza e poi in un'altra e poi in un'altra ancora senza uno scopo preciso. Riguarda quei pomeriggi passati a saltare contro i muri, a tuffarsi nella piscina del seminterrato, a cercare segreti che probabilmente non esistevano. Oggi diremmo che stavamo esplorando. All'epoca stavamo semplicemente giocando.
È difficile spiegare questa sensazione a chi è cresciuto con i mondi aperti contemporanei. Oggi i videogiochi hanno mappe enormi, indicatori ovunque, missioni secondarie, percorsi suggeriti. Mario 64 aveva un castello che, a rivederlo oggi, è quasi minuscolo. Eppure sembrava infinito. Forse perché non lo consumavamo come un contenuto. Lo abitavamo. La differenza sembra minima ma cambia tutto. Un contenuto lo attraversi. Un luogo ci torni. Ti ricordi dov'è una porta, una finestra, una stanza. Ti costruisci una geografia personale.
Per questo, a trent'anni di distanza, ricordiamo il castello di Peach meglio di tanti mondi aperti infinitamente più grandi. E per questo ricordiamo anche tutte le sciocchezze che gli crescevano attorno. Luigi nascosto nel gioco. Stelle segrete. Livelli fantasma. Prima di Google e di YouTube i videogiochi erano anche questo: una gigantesca produzione collettiva di leggende metropolitane. Le informazioni passavano di bocca in bocca, durante la ricreazione o sul pullman di ritorno da scuola. Metà erano false. Spesso erano le migliori.
A pensarci oggi, Super Mario 64 è stato il primo social network della nostra generazione. Non perché fosse online. Per l'esatto contrario. Nessuno sapeva davvero come funzionasse. Le informazioni non arrivavano da una guida ufficiale ma da una rete umana fatta di compagni di classe, fratelli maggiori, cugini e amici del calcetto. Il feed era la ricreazione. L'algoritmo era il bambino più convincente della classe.
Luigi era nascosto nel gioco. O almeno così dicevano. C'era una stella segreta che si sbloccava dopo cento vite. Un passaggio invisibile dietro una parete. Una stanza che nessuno riusciva più a ritrovare. Ogni scuola italiana aveva il proprio folklore su Super Mario 64. Nessuno poteva verificare davvero niente e forse era proprio quello il bello. Il piacere non stava nel sapere. Stava nel sospettare.
Oggi entriamo in un videogioco e dopo trenta secondi qualcuno su YouTube ci spiega dove andare, cosa fare e quali segreti nasconde la mappa. Nel 1996 ogni porta era davvero una porta. Non sapevi cosa ci fosse dietro. Non sapevi se qualcun altro ci fosse già passato. Non sapevi nemmeno se valesse la pena entrarci. Ciò nonostante, ci entravi lo stesso. Forse il castello di Peach continua a sembrarci così grande per questo motivo. Non perché fosse enorme ma perché era pieno di possibilità. Di errori. Di tentativi. Di tempo perso. Tutte cose che da bambini chiamavamo semplicemente avventura.
Forse il motivo per cui Super Mario 64 continua a sembrarci “moderno” non ha a che fare con la grafica, con il level design o con la telecamera. Sicuramente non con “quella” telecamera ballerina! Ma ha a che fare con un'intuizione molto semplice: la curiosità è più potente di qualsiasi obiettivo. Nintendo costruisce un castello pieno di porte e si fida del fatto che avremo voglia di aprirle. Aveva ragione nel 1996 e continua ad averla oggi. Perché certe volte basta una porta socchiusa per avere voglia di scoprire un mondo.