Anche gli adulti hanno un problema con lo smartphone
Per tanti anni è stato un meme, il genitore boomer impacciato con il telefono. Ora la satira si è trasformata in qualcosa di più serio: come tutti, anche le persone adulte hanno difficoltà a gestire l’utilizzo degli smartphone. Si parla soprattutto dell’impatto sui più piccoli, ma nessuno è davvero immune alla nomofobia (no-mobile-phone-phobia), l’uso patologico del telefonino. Il sito dell’Ordine degli psicologi dell’Emilia-Romagna scrive che «sono segnali di un uso potenzialmente patologico la spiccata preferenza della comunicazione via smartphone all'interazione diretta, l'uso compulsivo del dispositivo e l'incapacità di rimanere sconnessi dal contatto con la rete». Il problema è che l’uso quotidiano e comune ormai pervasivo dello strumento rende difficile definire «un confine diagnostico tra comportamento funzionale e disfunzionale», continua l’Ordine.
Mentre continua il dibattito sulla gestione degli smartphone a scuola, i genitori sono essi stessi coinvolti in questo processo. Matteo Lancini, intervistato da Vita, dice «penso che gli adulti dovrebbero riscoprire lo smartphone nel senso di guardarlo per quello che realmente è e soprattutto per i motivi che hanno portato noi – non altri – a renderlo centrale nella vita nostra e nella vita dei nostri figli, per poi sostenere che sia il colpevole del disagio di una generazione. Lo smartphone è l’oggetto che rappresenta alla perfezione la dissociazione della società odierna, soprattutto nella relazione educativa». Non a caso, continua, «è diventato lo strumento che ha consentito agli adulti di farsi i fatti propri e intanto organizzare la vita dei figli: non a caso è il derivato del satellitare che avevano i general manager. Infatti chi “spaccia” lo smartphone, oltre a chi ha interesse a venderlo? La mamma acrobata, che con lo smartphone governa prima nonni e tate e poi, man mano che crescono, i figli».
In conclusione Lancini consiglia: «Invece di far finta che lo smartphone sia la causa di tutti i mali dei ragazzi, iniziamo ad ammettere il fatto che lo smartphone nelle mani dei nostri figli l’abbiamo messo noi, quando abbiamo iniziato a dire “vietato giocare a pallone” perché oggi il nostro livello di ansia davanti al ginocchio sbucciato di un figlio è lo stesso che mia madre avrebbe potuto avere se mi fossi rotto entrambe le gambe. E invece di chiedere ai ragazzi di limitarsi nell’utilizzo, iniziamo a riscoprire che cosa abbiamo iniettato nella società e nella mente dei ragazzi, attraverso lo smartphone».