Mentre la politica continua a discutere - e a scontrarsi - sull’introduzione dell’educazione sessuo-affettiva nelle scuole, esiste già uno spazio, molto frequentato dai più giovani, in cui il bisogno di parlare di relazioni è vivo e concreto: i videogiochi. Negli ultimi anni è sempre più evidente come molte produzioni abbiano scelto di mettere al centro proprio le dinamiche dell’affettività, non attraverso lezioni frontali o messaggi didascalici, ma tramite la narrazione, le scelte del giocatore e perfino le meccaniche di gameplay.

Un esempio recente è Demonschool, videogioco indie di Necrosoft Games. A prima vista si presenta come un classico gioco di ruolo a turni, con un’estetica che richiama la prima PlayStation: combattimenti su griglia, presenze spiritiche e mostruose, un teen drama dalle tinte weird. Ma sotto la superficie c’è un’idea molto chiara: la crescita della protagonista Faye passa dalle relazioni che costruisce lungo il percorso. Più Faye conosce e approfondisce il rapporto con gli altri personaggi, più diventa forte. La relazione diventa una vera e propria meccanica di gioco, un potenziamento integrato nella storia, nelle scelte e nell’evoluzione dei personaggi.

Così, la conoscenza dell’altro diventa “potenza” sul campo di battaglia. Senza bisogno di moralismi e con uno stile che oscilla tra Stranger Things e certi cult italiani alla Lucio Fulci, Demonschool mostra come si possa comunicare educazione sessuo-affettiva senza trasformarla in una lezione frontale.

Un approccio simile - e più strutturato - è quello della serie Persona, a cui Demonschool è apertamente ispirato. Qui il sistema dei “social link”, o dei “confidant”, è centrale: più il protagonista dedica tempo ai compagni e ai personaggi chiave della storia, più acquisisce abilità utili in combattimento. La scoperta dell’altro, il rispetto, la capacità di ascolto e la cura dei legami diventano veri strumenti di crescita. Nei capitoli più recenti, in particolare il quinto e il remake del terzo, la serie è riuscita a intrecciare questa struttura con una critica tagliente alla società e alla politica giapponese, mantenendo uno stile affascinante e riconoscibile.

La costruzione delle proprie abilità tramite l’empatia è, a mio avviso, una delle lezioni più preziose che ci si aspetterebbe da un corso di educazione sessuo-affettiva. Eppure, sono spesso proprio i videogiochi - talvolta ingiustamente criticati, altre volte sì con qualche ragione ma più spesso per pregiudizio - a offrire un racconto ricco di valori senza scivolare nella paternale.

Giochi come Demonschool o la serie Persona dimostrano una verità semplice e potente: quando le relazioni sono raccontate bene, educano da sole. Anche, e soprattutto, quando attorno manca il coraggio o la volontà di farlo.