Cosa ci insegna “Final Fantasy” sulla politica in Europa
di Mattia NestoLa scorsa settimana si sono tenute le elezioni in Moldavia. Non è stato un voto come tanti: da una parte il desiderio di guardare all’Europa, dall’altra il richiamo della Russia. Due visioni del futuro che hanno attraversato famiglie, amicizie, legami quotidiani. Alla fine il PAS (Partito dell’Azione e della Solidarietà), il partito europeista guidato da Maia Sandu, ha ottenuto 55 seggi su 101 con circa il 50, 20% dei voti. C’è chi ha manifestato, denunciando brogli, ingerenze e blocchi al vero afflato popolare. In Romania e in tanti altri spazi dell’ex blocco sovietico la tensione è simile: il passato che tira da un lato, la speranza di cambiamento dall’altro.
È un conflitto che non resta confinato nei palazzi del potere, ma attraversa le persone. Ed è proprio questo intreccio di scelte, affetti e divisioni che fa tornare alla mente un paragone inatteso: quello con un videogioco come “Final Fantasy Tactics – The Ivalice Chronicles”, appena tornato in una nuova edizione. Anche in “Final Fantasy Tactics” non ci sono eroi chiamati a salvare il mondo, ma amici che diventano rivali, comunità che si spezzano, scelte che costano care. «Divisioni di campo», si potrebbe dire, con un linguaggio più politico. Ramza e Delita crescono insieme, sono due amici fraterni che però finiscono su fronti opposti. Non perché lo vogliano, ma perché il potere, la religione, le ideologie li trascinano lontano.
La forza di un gioco come questo risiede proprio nel mostrare come le grandi fratture politiche non restino mai astratte, ma scendano dentro le vite delle persone. In Ivalice come a Chișinău, sono i rapporti più intimi a pagare il prezzo delle divisioni: amicizie spezzate, fiducia perduta, famiglie che non trovano più un terreno comune. Il tuo vicino di casa diventa nemico, il tuo compagno di lavoro un avversario politico, il barista che ti serve il caffè ogni mattino potrebbe, molto presto, avere «la divisa di un altro colore», per citare De André.
La nuova edizione del videogioco arricchisce questa coralità: dialoghi ampliati, doppiaggio completo, intrecci che ricordano le saghe televisive. Ogni battaglia è una pagina scritta, ogni missione secondaria una nota a margine. È un romanzo storico in forma di videogioco, un classico che torna a parlarci proprio adesso, quando il presente è attraversato da linee di frattura che riconosciamo fin troppo bene. Se è vero che la letteratura ci aiuta a ripensare il passato, leggere il presente e tentare di scoprire il futuro, così il videogioco può avere un valore e una missione simile, solo tradotta in un diverso linguaggio di pixel e poligoni. Carta e pixel si assomigliano.
Giocare oggi a “Final Fantasy Tactics – The Ivalice Chronicles” non significa solo riscoprire un capolavoro del passato. Significa anche, e soprattutto, accorgersi che la fantasia ci restituisce in controluce il nostro tempo. E che a volte un videogioco può aiutarci a comprendere, meglio di tanti discorsi, quanto sia fragile la linea che separa chi eravamo da chi scegliamo di essere.