94.000 licenziamenti nel tech: come l’AI sta cambiando il lavoro (e chi lo perde)
di Tommaso ProverbioLe Big Tech licenziano in massa mentre investono miliardi nell’AI. Il problema non è il futuro del lavoro, ma il presente.
Mentre Microsoft firma un investimento da 80 miliardi sull’intelligenza artificiale, oltre 15.000 dei suoi dipendenti vengono mandati a casa. Amazon, Meta, Google: tutte le Big Tech stanno facendo la stessa cosa. Nei primi sei mesi del 2025, il settore tecnologico ha perso 94.000 posti di lavoro. Ma non per crisi o cali di fatturato - anzi, i profitti sono ai massimi storici. A cambiare le regole è stata l’intelligenza artificiale, che sta rimpiazzando il lavoro umano a una velocità mai vista prima.
Questa volta non è una crisi, è una strategia
I dati raccolti da Layoffs.fyi sono chiari: il 2025 è l’anno in cui l’AI è uscita dai laboratori per entrare negli organigrammi aziendali. E per molti, uscirne. Il caso simbolo è IBM, che ha licenziato 8.000 persone nel dipartimento HR, sostituendole con AskHR, un chatbot interno che automatizza quasi tutte le operazioni di gestione del personale. Una rivoluzione silenziosa, mascherata da “ottimizzazione”.
Non si tratta più di automazione marginale. I reparti colpiti non sono più solo il customer care o i lavori ripetitivi. Ora l’AI scrive codice, fa selezione del personale, crea contenuti, analizza dati. Secondo Microsoft, strumenti come GitHub Copilot stanno scrivendo il 30% del codice prodotto ogni giorno. E questo basta per tagliare intere linee di junior developer.
I licenziamenti dell’AI: una mappa globale
Questa ondata ha colpito ovunque, anche in Europa. SAP ha annunciato 8.000 tagli, OpenText ha ridotto il personale di 1.200 unità, UiPath del 10%. In Italia, IBM ha confermato il licenziamento di 85 dipendenti nel 2025, dopo averne già eliminati 1.000 tra il 2019 e il 2020. La narrativa è sempre la stessa: “efficientamento”, “riorganizzazione”, “trasformazione digitale”. Ma dietro le parole, ci sono persone. Famiglie. Storie stravolte.
Katherine Wong, dipendente Google, ha scoperto di essere stata licenziata a un mese dal congedo maternità aprendo la propria email. Altri hanno scoperto di essere fuori solo perché il badge non funzionava più all’ingresso. Ingiustizie diffuse, normalizzate, invisibili. Perché oggi il licenziamento è una notifica, e la causa è un prompt.
Quali lavori sta cancellando l’AI
I settori più colpiti sono quelli considerati “automatizzabili”. HR, customer care, junior development, supporto contenuti. Klarna ha tagliato circa 1.000 posti dopo aver introdotto chatbot nel servizio clienti. Chegg ha perso il 22% dello staff da quando gli studenti preferiscono ChatGPT ai tutor umani. La catena è chiara: meno lavoro umano, più AI. E a volte, più guadagni.
Ma il colpo più duro arriva al cuore del tech: lo sviluppo software. Per anni considerato al riparo, ora è sotto pressione. Perché l’AI, anche quando non ti sostituisce, ti obbliga a cambiare tutto: imparare nuovi strumenti, lavorare di più, giustificare la tua presenza.
Profitti record, occupazione a picco
Il cortocircuito è evidente. Microsoft ha guadagnato 70 miliardi nel primo trimestre del 2025 (+13% rispetto al 2024). Amazon ha aumentato le vendite dell’11%, e il suo utile operativo è salito del 55%. Eppure, il numero di lavoratori tech licenziati è più alto che nei peggiori momenti del post-Covid.
La narrativa ufficiale parla di “ristrutturazione per prepararsi al futuro”. Ma la verità è che si tratta di un cambiamento strutturale. L’intelligenza artificiale consente di fare di più con meno — e per i consigli di amministrazione, è la soluzione perfetta.
Il lavoro non sparisce, ma cambia (forse troppo in fretta)
Non tutto è perduto: l’AI crea anche nuovi mestieri. Meta, Google e Salesforce stanno assumendo ingegneri, prompt designer, esperti in machine learning. Il punto è che il ritmo con cui il lavoro viene distrutto è molto più veloce di quello con cui viene ricreato.
Il World Economic Forum stima che l’AI eliminerà 85 milioni di posti entro il 2025, ma ne creerà 97 milioni. Il problema è che non saranno le stesse persone a occuparli e senza politiche di riconversione rapide, il saldo umano sarà comunque negativo.
Serve una risposta politica, non solo tecnica
Se questa è la trasformazione del lavoro che ci aspetta, allora va governata. Non bastano più le dichiarazioni dei CEO o le promesse delle piattaforme. Servono regole, tutele, e una ridefinizione della contrattazione collettiva.
Il 2025 non è un esperimento, è una prova generale del futuro. E se non impariamo a gestirlo, il prezzo lo pagheranno i più vulnerabili.
Ovviamente non è l’AI che ruba il lavoro: è chi la usa per licenziare in nome dell’efficienza.