Il nostro scrolling su Instagram sarà interrotto da pubblicità non skippabili
di Tommaso ProverbioPer mesi si è parlato di test, ma ora è ufficiale: anche Instagram sta inserendo pubblicità che non si possono saltare. Annunci brevi - dai 3 ai 5 secondi - che interrompono la navigazione e impediscono agli utenti di continuare a scrollare finché non sono finiti. La chiamano funzione “Ad Break” e nonostante le prime avvisaglie degli A/B test dello scorso anno, anche una piattaforma come Instagram - da sempre abituata a integrare in modo quasi invisibile le inserzioni nel feed - ha deciso di passare a un modello più aggressivo, in cui gli annunci diventano obbligatori, interruttivi, e soprattutto inevitabili. Non è solo Instagram. Anche Prime Video, la piattaforma streaming a pagamento di Amazon, ha iniziato da tempo a introdurre pubblicità prima, durante e dopo i contenuti - e spesso non si possono evitare nemmeno lì. Su YouTube, invece, le pubblicità non skippabili sono aumentate sia per quantità che per durata, toccando in certi casi i 30 secondi, in particolare sulle app TV. Un tempo si parlava di “contenuti gratuiti sostenuti dalla pubblicità”. Oggi, per molti, anche i contenuti pagati sono sostenuti dalla pubblicità.
Intanto, Meta - la società madre di Instagram e Facebook - ha ridotto il costo dell’abbonamento senza pubblicità in Europa, scendendo da quasi 13 a 7,99 euro al mese. Ma con un cambiamento significativo: chi decide di restare nella versione gratuita vedrà annunci non solo più frequenti, ma anche non personalizzati e meno rilevanti. E per garantire agli inserzionisti una copertura efficace, l’unico modo sarà renderli obbligatori. In altre parole: meno dati? Più spot. Meta è stata chiara: ogni anno le aziende europee guadagnano 107 miliardi di euro in pubblicità sulle sue piattaforme. Secondo loro, senza tracciamento e senza ads personalizzati, quell’equilibrio potrebbe saltare. Il messaggio implicito è che il sistema è sostenibile solo se l’utente “paga” con la propria attenzione. O con i propri dati. O con entrambi. Questo nuovo scenario nasce anche in risposta alle pressioni normative dell’Unione Europea, che ha chiesto alle grandi piattaforme digitali di offrire vere alternative agli utenti: o paghi per non essere tracciato, oppure accetti la pubblicità, ma con meno dati in gioco. Meta ha risposto: ok, vi costerà meno, ma vedrete più pubblicità. E sarà più difficile da ignorare.
Ma cosa significa, per chi usa ogni giorno queste piattaforme, vedere lo scroll bloccato da un timer? Quanto cambia l’esperienza, anche solo con 5 secondi di interruzione? E siamo davvero sicuri che questo modello sia sostenibile per tutti? C’è chi già cerca soluzioni: estensioni che bloccano gli annunci, app alternative, nuove piattaforme che promettono di “non interromperti mai”. Ma anche lì, le regole cambiano in fretta. Google, ad esempio, ha recentemente iniziato a contrastare in modo più aggressivo i sistemi che saltano le pubblicità, rendendo di fatto sempre più difficile aggirare gli annunci. Il punto però non è solo se una pubblicità duri 5 o 30 secondi, o se possa essere saltata. Il punto è: qual è il prezzo invisibile che stiamo accettando in cambio di un’app gratuita? Quale sarà il prossimo passo, se anche le piattaforme più mainstream si affidano sempre più a modelli “interruttivi”? Non si tratta solo di fastidio. Si tratta di capire che tipo di rapporto stiamo costruendo con le piattaforme digitali. E che tipo di potere stiamo affidando a chi gestisce il nostro tempo - e la nostra attenzione.