“L’intelligenza artificiale non ruba il lavoro”. Quante volte ce lo siamo sentiti ripetere, con quel tono rassicurante da convegno tech? Eppure oggi, mentre si celebra l’eredità filantropica di Bill Gates, Microsoft annuncia il licenziamento di oltre 6.000 dipendenti. Il 3% della sua forza lavoro globale.

Una notizia che passa quasi in sordina, mentre i riflettori sono puntati sul gesto nobile del fondatore, pronto a devolvere il 99% del suo patrimonio alla beneficenza. Ma mentre Gates promette che nessuno dei suoi figli erediterà più dell’1%, la sua ex azienda decide un taglio epocale. A perdere il lavoro sono persone in carne e ossa.

Il motivo? I costi legati all'espansione dell'infrastruttura per l'intelligenza artificiale. Microsoft prevede di investire 80 miliardi di dollari in data center dedicati all'IA solo nel prossimo anno fiscale. E per finanziare questa transizione, servono "strutture più snelle". Ovvero: meno persone.

I tagli riguarderanno tutti i livelli aziendali e ogni area geografica. Dall’engineering al marketing, fino a LinkedIn. Non si tratta di performance scadenti: la stessa Microsoft ha fatto sapere che i licenziamenti non sono legati al rendimento dei singoli, ma a una ristrutturazione strategica.

Una strategia che guarda all’IA come nuovo motore di profitto. Lo confermano le parole di Satya Nadella, CEO dell'azienda, che nelle ultime trimestrali ha celebrato l’integrazione dell’IA nei prodotti e nei servizi come una svolta epocale. E in effetti, gli investitori sono felici: il valore delle azioni è rimasto stabile.

Lavoratori sostituiti da algoritmi

Quello che stiamo vedendo è solo l'inizio. Microsoft non è sola: anche Meta, Salesforce, Google e altre big tech stanno tagliando personale per "fare spazio" a soluzioni automatizzate. Duolingo ha già dichiarato che l'IA generativa sta rimpiazzando una parte del lavoro umano nella didattica.

La narrativa dominante continua a dipingere l’IA come uno strumento che affianca, non sostituisce. Ma la realtà è già un'altra: l'automazione sta cancellando migliaia di posti di lavoro. E il lavoro che resta è spesso più precario, meno pagato e frammentato.

Un futuro diseguale

A essere più colpiti sono i lavoratori comuni. Non è l’èlite dirigenziale a pagare il prezzo dell'innovazione. Anzi: sono proprio le scelte dei board a guidare questo processo. In nome della competitività e dei dividendi. L'IA non è neutrale. Viene progettata, adottata e implementata in un contesto economico e politico. E quel contesto è fatto di interessi, non di equità.

Il rischio è quello di una società ancora più divisa: tra chi possiede gli strumenti per progettare e governare le nuove tecnologie, e chi viene escluso dal mercato del lavoro, senza alternative. L'“innovazione”, se non regolata, può diventare il cavallo di Troia della disuguaglianza.

Chi decide il nostro futuro?

Il paradosso è evidente. Mentre l'ex fondatore si pone come esempio di responsabilità sociale, la macchina che ha contribuito a costruire procede spedita verso un futuro in cui il profitto conta più delle persone.

Serve un dibattito serio, politico, profondo. Non basta celebrare la filantropia individuale. Serve una governance democratica dell’innovazione. Bisogna decidere, collettivamente, quali tecnologie vogliamo, a chi devono servire, chi ne trae beneficio e chi rischia di esserne travolto.

Perché se l’intelligenza artificiale è davvero così potente, allora non può essere lasciata nelle mani di pochi. Tanto meno di chi oggi, in nome dell’efficienza, licenzia 6.000 lavoratori in un colpo solo.