Dopo due anni e mezzo di carcere – e con due anni e mezzo ancora da scontare – Samantha “Royal” Tovar ha lasciato la sua cella di 6 metri quadrati per vedere la Thailandia: l'ha fatto nell'area comune del Central California Women's Facility, a Chowchilla, con mani e piedi incatenati a un tavolo e un visore di realtà virtuale: il viaggio, zaino in spalla, è durato in tutto quattro minuti.

media_alt
L'idea e il visore vengono da Creative Acts, un'organizzazione non-profit fondata nel 2018 da Sabra Williams, che cinque anni fa ha pensato di impiegarla come strumento di riabilitazione nelle carceri: «mi ero stancata di veder tornare a casa le persone dopo decenni di reclusione e ritrovarsi letteralmente su un altro pianeta», ha raccontato.

C'è voluto un anno per convincere Meta a donare 20 visori e due macchine per l'igienizzazione – ma adesso il programma è attivo in quattro istituti della California; si concentra sui detenuti in isolamento, spesso confinati in celle minuscole anche per 22 ore al giorno. Durante le “evasioni”, i visori simulano situazioni ansiogene per individui che, come loro, si reintegrano nella società dopo lunghi periodi di detenzione: pagare la spesa al supermercato, fare un viaggio a Parigi, attraversare una strada affollata… Le sessioni sono poi seguite da workshop gestiti da ex detenuti, che aiutano ad elaborare le emozioni.

media_alt
Le neuroscienze confermano il potenziale della realtà virtuale, che attiva l’amigdala e la corteccia prefrontale – aree legate a memoria emotiva e gestione dello stress. In una delle prigioni aderenti le infrazioni sono crollate del 96% in un anno, mentre a Corcoran un’unità di isolamento è stata chiusa per mancanza di residenti. «Alla fine della prova i detenuti si sentono pronti a essere vulnerabili, un passo cruciale per il cambiamento» dice Sam Richardson, portavoce di Creative Arts.

media_alt
Secondo Williams, per gestire questo strumento serve coinvolgere persone che hanno vissuto la detenzione in prima persona. Certo è un progetto costoso, che non risolve l'annoso problema del sovraffollamento o delle scarse risorse – ma «i benefici per le persone che ci sono dentro, per me, superano i problemi».