Nello spazio le donne sono ammesse solo come "turiste"
di Melissa AgliettiDopo il viaggio dell'astronauta russa Valentina Teresgkova nel ‘63, un altro equipaggio «tutto al femminile» - se fossero stati tutti uomini nessuno lo avrebbe sottolineato parlando di squadra «tutta al maschile» - ha raggiunto lo spazio a bordo del razzo di Blue Origin, l’azienda aerospaziale di Jeff Bezos. A bordo c’erano sei persone tra cui la pop star Katy Perry, la fidanzata di Bezos, Lauren Sánchez, la presentatrice della CBS Gayle King e l'attivista per i diritti civili Amanda Nguyen.
L’obiettivo? Ispirare le nuove generazioni di donne a raggiungere lo spazio, che «diventerà finalmente glamour», come ha detto Katy Perry in un’intervista a Elle. Nel pezzo pubblicato sulla rivista si leggono alcune battute sull’importanza del «connubio scienza e moda». Quindi le donne vanno nello spazio, ma solo come “passeggere” passive, come turiste e a patto che si preoccupino di indossare il rossetto, perché guai a loro a parlare solo cose “serie”, che devono invece restare appannaggio di chi le capisce e le mastica, ovvero gli uomini. Il viaggio di queste donne nello spazio non rappresenta in nessun modo un passo in avanti per le conquiste femministe - nonostante il femminismo neoliberale lo abbia accolto come tale. Questo perché la missione di Blue Origin è puro turismo spaziale, accessibile a pochissimi e con ricadute sull’ambiente, e poi perché lo stesso Bezos ha fatto negli scorsi mesi un passo indietro sul programma di Diversità, Uguaglianza e Inclusione (DEI).
La missione di Blue Origin è solo marketing che fa leva sul pinkwashing per convincerci che in fondo navette che offrono viaggi spaziali al costo di milioni di dollari sia cosa una cosa buona per tutti e tutte, perfino per noi che facciamo fatica ad arrivare alla fine del mese. Tanto ci pensa Jeff Bezos a ispirare le astronaute di domani, per il bene nostro e di tutta l’umanità.