L’intelligenza artificiale ha un suo lato oscuro, che resta nascosto agli occhi dei più. Mentre la politica (soprattutto europea) discute di come regolamentare questioni come la privacy o la proprietà dei dati, le grandi aziende tecnologiche americane – come OpenAI, Microsoft e Meta – investono in infrastrutture ad altissimo costo energetico, idrico e dunque ambientale. Queste infrastrutture si chiamano data centers, e sono fondamentalmente dei grandi capannoni in cui, grazie alle schede grafiche (Gpu) prodotte da NVIDIA, i nostri dati vengono stipati e gli algoritmi allenati. Senza data centers, insomma, non esisterebbe intelligenza artificiale.

Solo negli Stati Uniti, di data centers ce ne sono 34601, ma ogni giorno ne sorgono di nuovi (a dicembre erano 3093). Ovviamente, affinché queste infrastrutture possano operare c’è bisogno di moltissima energia elettrica, che raramente viene prodotta da fonti sostenibili. Ad oggi, il 4% del fabbisogno energetico degli Usa è utilizzato proprio per alimentare i data centers, ma si stima che nel 2030 questa percentuale salirà al 13%.

Non solo: dato che le operazioni di calcolo tendono a surriscaldare i sistemi, affinché il processo di allenamento e computazione prosegua senza sosta – e deve proseguire senza sosta, pena la paralisi di Internet per come lo conosciamo – è necessario raffreddare continuamente le macchine. Come si fa? Semplice: con l’acqua. Il problema è che le risorse idriche sono scarse, e spesso – per raffreddare i data centers – si utilizzano acque di fiumi di per sé in siccità o che sarebbero necessarie per altri scopi. Nel solo 2023, per raffreddare i data centers sono stati necessari 287 miliardi di litri d’acqua2.

Negli Usa, i principali fiumi utilizzati per questo scopo sono, da Ovest a Est, il Potomac, il Mississippi, il Columbia e il Colorado. Su quest’ultimo è utile soffermarci. Il fiume Colorado è infatti già sostanzialmente prosciugato, ed è il corso d’acqua che dovrebbe sostentare la California e l’Arizona, Stati già di per sé inclini a soffrire incendi e siccità. Durante i recenti incendi che hanno colpito la California, ad esempio, si è fatta fatica a trovare l’acqua per domare le fiamme, ma i 287 data centers dello Stato costiero non hanno mai smesso di essere raffreddati.

L’IA, insomma, è energivora e necessita di enormi quantità di acqua. Ed è per questo che, quando ha ricevuto i magnati del Tech per lanciare il progetto Stargate (100 miliardi subito destinati a quintuplicarsi), il presidente Trump ha ripetuto l’oramai virale slogan «drill baby drill». L’intelligenza artificiale – ad oggi – non è una tecnologia sostenibile dal punto di vista ambientale. Anche perché,

spesso, la costruzione di data centers impatta pesantemente sulla biodiversità locale, come testimoniato dalla fotografia di un cervo ripreso dalle telecamere di sorveglianza di un data center di Google in Iowa, che si aggirava tra cavi e schede grafiche alla ricerca di quello che una volta fu il suo territorio (foto allegata).

Ma giungere a una regolamentazione è difficile. L’IA è considerata strategica dal governo americano, che pensa soprattutto a come integrarla nei sistemi d’arma e a evitare che la Cina la superi in quest’ambito. Già, la Cina. Tutti abbiamo sentito parlare di DeepSeek, l’IA cinese che avrebbe eguagliato ChatGPT. Ecco, stando a quanto dice l’azienda della Repubblica Popolare, questo risultato sarebbe stato raggiunto usando molte meno schede grafiche (che sono sottoposte a sanzioni), meno data centers e dunque meno acqua. Non sappiamo se sia vero – è assolutamente possibile, se non probabile, che i cinesi siano riusciti a entrare in possesso delle Gpu aggirando le sanzioni. E, non a caso, dopo una giornata nera in borsa, gli ordini di schede grafiche di NVIDIA sono tornati nella norma. A segnalare, in maniera inequivocabile, come il modello di sviluppo dell’IA resti ancora fondato su sfruttamento delle terre, dei fiumi e delle risorse energetiche. Il vero lato oscuro dell’IA.

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