La nazionale di calcio maschile dell’Irlanda ha trasformato il match di Nations League contro Israele in un’occasione per dare visibilità alle proteste contro il genocidio a Gaza: i giocatori hanno indossato il lutto al braccio in memoria di «tutte le vite perse nel conflitto», hanno rinunciato alla tradizionale stretta di mano con gli avversari e hanno abbassato la testa durante l’inno nazionale israeliano.

La partita si è giocata a Debrecen, in Ungheria, su un campo quasi vuoto. Prima del calcio d’inizio, il capitano irlandese Dara O’Shea ha stretto la mano all’arbitro e ai suoi assistenti, ma non al capitano israeliano Manor Solomon. Non c’è stato nemmeno il consueto scambio dei gagliardetti tra le due squadre.

La protesta era stata annunciata dalla Football Association of Ireland alla vigilia dell’incontro, dopo ore di discussioni all’interno della squadra. I giocatori avevano votato a larga maggioranza per disputare comunque la partita, nonostante le pressioni per un boicottaggio. L’obiettivo dichiarato era però quello di utilizzare la visibilità della gara per ricordare le vittime del genocidio. La federazione ha inoltre annunciato l’intenzione di destinare una parte dei compensi dei giocatori e dei ricavi di una precedente partita a iniziative benefiche.

A prendere una posizione ancora più netta è stato Gavin Bazunu. Il secondo portiere della nazionale ha deciso di non partecipare alle due partite contro Israele, spiegando di aver preso la decisione sulla base della propria convinzione personale che «uccidere persone innocenti è sbagliato». Bazunu ha precisato che la sua scelta non era rivolta contro il popolo israeliano o la comunità ebraica, ma contro ciò che ha definito le atrocità nella regione.

Sul campo, l’Irlanda ha poi vinto 3-0. Troy Parrott ha aperto le marcature al 14° minuto, Adam Idah ha raddoppiato due minuti più tardi e Jack Moylan ha segnato il terzo gol al 25°. Dopo la rete, Moylan si è tolto il lutto al braccio, lo ha baciato e ha poi baciato lo stemma della nazionale. La FAI ha quindi scelto di giocare la partita, ma trasformare alcuni momenti del rituale sportivo in altrettanti gesti di protesta. Una posizione che ha aperto anche un confronto all’interno della stessa squadra.