I Mondiali maschili di calcio che si concluderanno domenica 19 luglio verranno ricordati come i più politici del XXI secolo. O addirittura di sempre.  «Dipende da che punto di vista osserviamo – dice il giornalista Valerio Moggia, esperto di calcio e politica – questa è la prima volta in cui i Governi sono intervenuti direttamente sullo sport giocato, con decisioni e richieste che hanno avuto un impatto sul campo».

Il riferimento è alle pressioni di Trump per far annullare la squalifica dell'attaccante statunitense Balogun. La FIFA ha scelto di riammetterlo, mentre è stata rifiutata la stessa richiesta dell’Inghilterra per il difensore Jarell Quansah.  «In questo caso il Governo UK ha scavalcato la federazione nazionale: dopo la richiesta di Trump anche il Primo Ministro Starmer ha chiesto direttamente alla FIFA di rivalutare l’espulsione di Quansah. Così Trump ha creato un precedente pericoloso».

I mondiali sono stati spesso oggetto di propaganda, soprattutto sotto le dittature, come nelle edizioni dell’Italia fascista del 1934 e nell’Argentina dei colonnelli nel ‘78.  «Parliamo di grandi operazioni diplomatiche per favorire l’immagine del Paese ospitante – continua Moggia – Ma né allora e neanche nella scorsa edizione in Qatar, in cui non sono mancate polemiche in questo senso, le mire della politica sono intervenute sul campo e negli spalti». 

A un arbitro designato dalla FIFA, il somalo Omar Artan, è stato negato l’ingresso negli Stati Uniti e non ha potuto partecipare al torneo. La stessa sorte ha colpito molti tifosi.  Secondo le analisi dell’associazione dei tifosi europei FSE, riportate dal giornalista intervistato, sembra che nessun tifoso sia riuscito ad ottenere il visto dal Marocco. «È una notizia impressionante, non solo perché il Marocco è una delle nazionali più forti al mondo. Il Paese sarà tra gli ospitanti della prossima edizione dei mondiali nel 2030, ma i suoi tifosi vengono ancora trattati così», commenta Moggia.

Le manifestazioni di solidarietà per la Palestina sono state limitate. Aldilà delle prese di posizione dell’allenatore egiziano Hossam Hassan o di figure pubbliche come l’attore spagnolo Javier Bardem, sul campo e sugli spalti sono mancate le bandiere palestinesi. «Le abbiamo viste in Qatar, sugli spalti, e il Marocco le aveva portate in campo – ricorda il giornalista – quest’anno invece niente. Credo fortemente che il Governo marocchino abbia voluto evitare per non generare conflitti diplomatici con gli USA».

La buona notizia è che nei prossimi anni «chi prenderà il posto di Gianni Infantino (attuale presidente della FIFA ndr) probabilmente darà un segno di discontinuità», sostiene Moggia.  Le elezioni per il nuovo presidente FIFA si terranno l’anno prossimo. Secondo il regolamento Infantino può essere ancora eletto per un altro mandato, e già sta provando ad attirare voti con la proposta di aumentare ancora di più le squadre al mondiale 2030: addirittura 64 dalle 48 di quest’anno. 

Avendo ogni federazione aderente un voto a disposizione, Infantino cerca in questo modo la rielezione. Ma non sarà scontata viste le inimicizie presenti con la confederazione asiatica, per via della questione palestinese e iraniana, e con le nazioni africane discriminate per i visti. Avrà anche uno sfidante europeo di peso. Si parla di Dariusz Mioduski, che è uno dei vice presidenti dell'EFC, associazione delle società calcistiche europee, e proprietario del Legia Varsavia. Oppure Nasser Al-Khelaifi, presidente del Paris Saint-Germain e dell'EFC.

I candidati europei vorrebbero ricucire con i tifosi. Il primo segnale c’è già stato: «La UEFA ha deciso qualche mese fa che negli Europei del 2028 in Irlanda e Regno Unito i prezzi dei biglietti saranno calmierati e bloccati, niente prezzo dinamico», segnala Moggia. Se Infantino verrà eletto anche nel 2027, bisognerà aspettare l’elezione successiva nel 2031. Solo una cosa sembra certa: il calcio del prossimo decennio avrà meno ingerenze politiche rispetto a oggi.