«Vorrei andare allo stadio, ma ho paura di essere arrestato dall’ICE»
I Mondiali del 2026 dovrebbero essere la grande festa globale del calcio. Saranno i primi della storia ospitati da tre paesi (Stati Uniti, Canada e Messico) con 48 nazionali e 104 partite. Nonostante ciò, a poche settimane dal via, il clima attorno al torneo è tutt’altro che sereno.
Fra tensioni geopolitiche, paura delle retate dell’ICE e la recente inchiesta contro la FIFA sui prezzi dei biglietti, il rischio sempre più concreto è che il torneo venga ricordato più per le polemiche che per il calcio. Uno dei casi più delicati riguarda la nazionale iraniana. Nei giorni scorsi, la presidente messicana Claudia Sheinbaum ha annunciato che il suo governo permetterà all’Iran di risiedere e allenarsi a Tijuana durante il Mondiale.
Inizialmente Teheran aveva scelto Tucson, in Arizona, ma l’amministrazione Trump aveva fatto sapere di non voler consentire alla squadra di restare negli Stati Uniti per tutta la durata del torneo, viste le tensioni fra i due paesi. Trump aveva dichiarato che l’Iran sarebbe stato «benvenuto» aggiungendo però che «non credo sia appropriato che siano lì, per la loro vita e sicurezza».
Solo in seguito il presidente statunitense ha abbassato i toni, dicendo che «se è Gianni (Infantino, ndr) a dirlo (che l’Iran parteciperà, ndr), allora va bene. Lui è fantastico». Nel frattempo, però, negli Stati Uniti sta crescendo anche la paura per il ruolo che potrebbe avere l’ICE, l’agenzia federale che si occupa di immigrazione e deportazioni. In un videomessaggio pubblicato sui social ufficiali, il segretario del Department of Homeland Security Markwayne Mullin ha annunciato che gli agenti ICE saranno presenti «ogni giorno» durante il torneo per operazioni legate alla sicurezza, al contrasto del traffico di esseri umani e dei ticket falsi.
Le dichiarazioni di Mullin hanno alimentato i timori delle comunità migranti. In un reportage pubblicato da Al Jazeera, Emile, un haitiano che vive in Ohio, ha raccontato di avere paura ad assistere alle partite della sua nazionale, qualificata ai Mondiali per la prima volta dal 1974. «Cantare l’inno nazionale del mio paese davanti al mondo sarebbe un momento storico», ha spiegato. «Ma non voglio essere arrestato dall’ICE». Le polemiche riguardano anche chi lavorerà negli stadi. A Los Angeles, per esempio, sindacati e attivisti da giorni stanno protestando contro le procedure di accreditamento FIFA che obbligano i lavoratori a fornire dati sensibili come indirizzi di casa, nazionalità e paese di nascita.
Il sindacato UNITE HERE Local 11 teme che queste informazioni possano essere condivise con le autorità federali per l’immigrazione. «L’ICE non dovrebbe avere alcun ruolo in queste partite», ha dichiarato Isaac Martinez, cuoco del SoFi Stadium, durante una protesta davanti agli uffici FIFA di Los Angeles. «Non vogliamo vivere nella paura andando al lavoro o temere di essere fermati tornando a casa». Anche Yolanda Fierro, altra lavoratrice dello stadio, ha chiesto alla FIFA di non condividere i dati personali dei dipendenti con le autorità federali o con servizi di intelligence stranieri.
Secondo Edgar Ortiz del California Immigrant Policy Center, il problema riguarda migliaia di persone impiegate nell’ospitalità e nella ristorazione: «Ogni industria di Los Angeles impiega un gran numero di lavoratori immigrati che contribuiscono ogni giorno all’economia della città».
Nel frattempo aumentano le critiche anche per il costo dei biglietti, considerati proibitivi da molte tifoserie. Secondo diversi osservatori, il rischio è che il Mondiale 2026 finisca per trasformarsi in un evento sempre più esclusivo e militarizzato, lontano dall’idea di festa popolare che la FIFA continua a promuovere. Gianni Infantino continua a parlare di un torneo “inclusivo” e capace di “unire il mondo”, ma tra controlli, tensioni diplomatiche e paura delle deportazioni, il clima che accompagna il torneo sembra raccontare una storia molto diversa.