L’estrema destra usa il fallimento del calcio italiano per fare propaganda tra i giovani
di Samuele MaccoliniSappiate che il fallimento del sistema calcio in Italia è dovuto, non alla mancanza di investimenti oculati, non all’assenza di visione a partire dai vivai, e neanche a una cultura provinciale e parassitaria applicata allo sport fino ai più alti livelli istituzionali. Bensì alla sinistra.
Italo Bocchino, direttore del Secolo d'Italia (il giornale della destra meloniana), ha una sua versione sulla Nazionale umiliata in Bosnia. La terza qualificazione mancata sarebbe dovuta ai giovani che hanno perso il «senso dell’Italia» per via di un «indebolimento dell’identità nazionale» voluto dalla «cultura» progressista.
I giovani oggi pensano solo ai soldi, dice Bocchino. Non c’è più un’idea di appartenenza – prosegue nel discorso – e se la perdi «alla fine ne paghi il prezzo ovunque. Anche nello sport». Una questione di «orgoglio italiano», che sarebbe diventato «qualcosa di cui vergognarsi».
Ovviamente Fratelli d’Italia è pronto a colmare quel vuoto, l’occasione è ghiotta per recuperare consensi dopo il referendum. Il primo obiettivo è stato raggiunto: far fuori Gravina, presidente della FIGC. Nell’unico caso in cui tutto il Paese è d’accordo su qualcosa FdI vuole metterci la firma.
E così, davanti alla Federazione dove si dimetterà Gravina c’è un tripudio di bandiere tricolore con giovani infuriati e striscioni: “Gravina Out! FIGC da rifondare!” Sono i giovani di Fratelli d’Italia. La scena è catturata con riprese mirate e rilanciata subito sui canali social ufficiali di Gioventù Nazionale con un video che ha come sottofondo l’iconica canzone del mondiale del 2006 vinto dall’Italia, Seven Nation Army dei White Stripes.
I giovani meloniani nel momento del bisogno tirano fuori la nostalgia dei tempi andati, grande classico della retorica identitaria. C’era un mondo che era da conservare e che invece è stato trascurato, ferito nell’orgoglio. «Chi si ostina a credere che lo sport sia semplicemente un gioco non capisce la valenza aggregativa e comunitaria che questo ha», si legge nella didascalia che accompagna il video. E ci mancherebbe.
C’è qualcosa che però non torna. Quando si legge «i tricolori per le strade fanno sentire tutti parte di qualcosa di più grande e profondo», non si capisce se la nostalgia è per la mancanza delle bandiere italiane nelle piazze, come ai comizi di Meloni, o per la fine di un’epoca in cui il calcio per molti è stato qualcosa di importante, nel bene e nel male. Durante la nostra infanzia il calcio ha incarnato, suo malgrado, tutti gli stereotipi degli italiani (uomini ovviamente). Belli, bravi, audaci, combattivi, simpatici, molto machi e molto donnaioli. Ma niente, “la Sinistra” ha rovinato tutto.
In un post precedente dichiarano: il calcio è dei tifosi. Nulla di più vero. Infatti, nel silenzio delle istituzioni, in Italia il tifo è più vivo che mai. C’è un mondo che non si vuol vedere perché alla destra fa paura: dalle grandi città alle province è tutto un fiorire di nuove squadre e squadrette, amatoriali o dilettanti che dir si voglia, di vero calcio popolare e aggregativo.
Tra le tante ci sono squadre come il St. Ambroeus FC della periferia milanese o il Centro Storico Lebowski di Firenze, fino a scendere a Salerno con l’Independiente. Mentre team femminili e LGBTQI+ fioriscono su tutta la penisola. Si allenano, fanno tornei, sono seguiti da un pubblico appassionato. Il paradosso è che la cultura del tifo calcistico in Italia non è mai stata così matura, solo che è scomoda. Il calcio di oggi non è più il calcio di venti anni fa: far finta di non vedere che il mondo va avanti non ci riporterà ai mondiali. Il calcio è ancora politica, ma a volte è solo propaganda.