La Corea del Nord ha conquistato il suo quarto Mondiale femminile Under 17, confermando un dominio giovanile che dura da anni. Le nordcoreane hanno chiuso il torneo con 25 gol fatti e 3 subiti, numeri che rafforzano la reputazione del Paese come “fabbrica di talenti”. Un primato che però si spegne non appena le giocatrici diventano adulte.

Il successo - spiega il network belga Sporza - nasce da un sistema rigido e centralizzato: bambini e bambine vengono testati fin da piccoli e i più dotati sono trasferiti nelle accademie di Pyongyang, dove alternano scuola, disciplina militare e fino a sei ore di allenamento al giorno. Le atlete non appartengono a club ma alla federazione, vivono in collettivi e affrontano decine di partite di preparazione contro squadre giovanili dell’esercito.

Il modello garantisce risultati immediati, ma impedisce qualsiasi carriera internazionale. I trasferimenti all’estero sono di fatto impossibili: gli stipendi andrebbero allo Stato. Nel 2024 un club americano ha tentato di ingaggiare la 17enne Choe Il-son, MVP del Mondiale U20, ma la trattativa è saltata proprio per questo. Come molte altre, la giovane promessa è svanita nel circuito interno.

Anche la nazionale senior è in declino. Dopo i quarti del Mondiale 2007, nel 2011 uno scandalo doping - cinque giocatrici positive agli steroidi - ha portato a una lunga squalifica FIFA. Durante la pandemia il Paese ha chiuso le frontiere e solo nel 2023 è tornato in campo, trovando però un calcio femminile mondiale ormai professionalizzato.

Per molte famiglie, il calcio resta comunque un ascensore sociale: una figlia campionessa può ottenere un appartamento a Pyongyang e migliori condizioni di vita. Per il regime, invece, il successo giovanile è soprattutto propaganda. Le giocatrici sono celebrate come “figlie della nazione”, simboli di disciplina e fedeltà. Così, mentre le selezioni Under 17 e Under 20 continuano a vincere, il destino delle loro protagoniste resta un mistero irrisolto: stelle per un torneo, poi nuovamente invisibili.