Ora anche la Rai parla di genocidio
di Davide TragliaIeri sera, a Udine, in uno stadio praticamente vuoto, si è giocata Italia–Israele. Una partita di calcio solo all’apparenza: fuori, oltre 15mila di persone chiedevano di non scendere in campo contro la rappresentativa di uno Stato accusato di genocidio. Dentro, il pubblico ridotto e un clima teso, quasi sospeso.
Durante il collegamento post-partita, il giornalista Alessandro Antinelli ha ricordato i 250 cronisti uccisi nella Striscia di Gaza. Con un fiocco nero appuntato sulla giacca, ha spiegato il suo significato, aggiungendo parole che fino a poco tempo fa sarebbero state impensabili in una trasmissione sportiva del servizio pubblico: «Mi dà anche lo spunto di spiegare che cos’è questo fiocco nero che ricorda 250 giornalisti che hanno perso la vita, giornalisti e giornaliste nel conflitto a Gaza, in quello che la commissione d’inchiesta dell’ONU ha definito un genocidio che hanno provato a raccontare, e questo è un fatto: purtroppo, a casa non sono tornati.» Un riferimento diretto, esplicito, al massacro del popolo palestinese, pronunciato in diretta nazionale su Rai 1.
«Questa sera l'Italia deve rifiutarsi di giocare con Israele», a Udine il corteo per chiedere il boicottaggio della partita
Solo un anno fa, proprio a margine di una gara della Nazionale, dalla diretta Rai si sentivano tutt’altro tipo di parole. Il telecronista Alberto Rimedio, dopo alcuni fischi rivolti all’inno israeliano, aveva detto in diretta: «Purtroppo, come già successo a Roma contro il Belgio giovedì scorso, dobbiamo stigmatizzare qualche fischio contro l’inno israeliano, subito coperto dagli applausi del resto dello stadio». Già allora c’erano immagini, testimonianze, dati su civili e giornalisti uccisi. Ma nella maggior parte delle televisioni italiane – Rai inclusa – si respirava un clima di sostanziale uniformità narrativa: Israele come vittima che reagisce, i palestinesi ridotti a comparse o numeri, la parola «genocidio» bandita dal linguaggio dei tg.
Il gesto di Antinelli arriva inoltre dopo settimane di bufera dentro la Rai. Due settimane fa, a Porta a Porta, Bruno Vespa aveva urlato contro Tony La Piccirella, portavoce della Global Sumud Flotilla diretta verso Gaza: «A voi non ve ne fotte niente di dare aiuti alle persone», liquidando come provocazione politica un’azione umanitaria. Nei giorni scorsi, invece, la direttrice dell’Ufficio stampa Rai Incoronata Boccia aveva negato i mitragliamenti contro civili e accusato la stampa di essersi piegata alla propaganda di Hamas: «Ad Hamas dovrebbero dare l’Oscar per la miglior regia». Parole che hanno provocato la reazione indignata dell’Usigrai, il sindacato dei giornalisti Rai, che ha chiesto ai vertici di chiarire se quella fosse la posizione dell’azienda: «Sta dicendo che anche i direttori Rai attuali sono vittime dell’ufficio di propaganda di Hamas?», si legge nel comunicato.
In un clima del genere, le parole di Antinelli sono più che un gesto simbolico: sono una crepa dentro la narrazione ufficiale, un momento in cui il servizio pubblico ha ricordato – forse senza volerlo – che il giornalismo ha ancora un compito: dare nome alle cose. Non è solo un atto di solidarietà verso i colleghi uccisi, ma una presa di posizione etica: raccontare ciò che accade – non ciò che conviene raccontare – e farlo con le parole giuste, perché non è (più) possibile parlare di Gaza in tv senza pronunciare le parole che la comunità internazionale ha già riconosciuto: genocidio, apartheid, occupazione.
Resta la sensazione che questo cambio di tono arrivi timidamente e troppo tardi. Dopo due anni di bombardamenti, di fame indotta, di ospedali rasi al suolo, di giornalisti assassinati. Ma in un Paese dove il silenzio è diventato un’abitudine, serve anche questo: chiamare le cose con il loro nome, persino in un post-partita di una partita che molti avrebbero voluto non si giocasse.