«L’Italia non può giocare a calcio con chi sta compiendo un genocidio»
di Davide TragliaDa anni si sente ripetere, quasi come un ritornello, che «la politica deve restare fuori dal calcio». Ma è davvero possibile? La partita Italia–Israele, prevista per il 14 ottobre a Udine, per le qualificazioni ai Mondiali 2026, dimostra quanto questa separazione sia un’illusione. Prendere posizione contro la nazionale israeliana oggi significa affrontare una realtà drammatica e inaccettabile: Israele, guidato da Benjamin Netanyahu, sta compiendo un genocidio nella Striscia di Gaza, con oltre 60mila morti, decine di migliaia di feriti, e una popolazione civile affamata e sotto assedio, in attesa di aiuti umanitari. Davanti a tutto questo, la domanda è semplice: si può davvero giocare una partita mentre un’intera popolazione viene bombardata?
Pochi giorni fa, Mohamed Salah, stella egiziana del Liverpool e uno dei volti più noti del calcio mondiale, ha rotto il silenzio. Sul suo profilo social ha criticato l’UEFA per un post di cordoglio dedicato a Souleiman al-Obeid, il «Pelé palestinese» ucciso da colpi d’arma da fuoco israeliani durante la distribuzione di aiuti umanitari a Gaza. Salah ha chiesto chiarezza: «Si può dire come è morto, dove e perché?». Un grido che smaschera il velo di neutralità dietro cui spesso si nasconde lo sport, mostrando come il silenzio sia spesso complicità.
La storia ci insegna che il calcio non è mai stato solo uno sport, ma un terreno di scontro politico e culturale. Diego Armando Maradona non ha mai nascosto le sue idee, dall’amicizia con Fidel Castro e Hugo Chávez fino al sostegno al popolo palestinese. In Italia, negli anni Settanta, Paolo Sollier entrava in campo con il pugno chiuso, sfidando il conformismo e trasformando il calcio in uno strumento di coscienza sociale. Più recentemente, Cristiano Lucarelli ha continuato questa tradizione, esultando con la maglietta di Che Guevara, mentre Morten Thorsby ha fondato «We Play Green», un’iniziativa che unisce sport e impegno per la crisi climatica.
Chi sostiene che il calcio debba essere «solo sport» dimentica che anche i boicottaggi sportivi hanno scritto la storia: dall’esclusione del Sudafrica dell’apartheid, ai gesti simbolici di Tommie Smith e John Carlos alle Olimpiadi del 1968, fino alla recente resistenza della nazionale tedesca nei confronti della FIFA, che aveva negato la possibilità di indossare la fascia arcobaleno in segno di solidarietà alla comunità LGBTQ+.
Oggi il calcio è un’industria che muove miliardi, ma resta anche un linguaggio universale, capace di raggiungere chi spesso non ascolta la politica tradizionale. È un terreno dove si costruisce consenso o si alza la voce di protesta. Riconoscere la sua dimensione politica non significa trasformarlo in propaganda, ma ammettere che, volenti o nolenti, ogni partita è già un atto politico.
Per questo, collettivi come Calcio e Rivoluzione e molte realtà solidali stanno chiedendo a gran voce che la partita Italia–Israele venga cancellata. Il loro appello, lanciato per il 14 ottobre a Udine, denuncia «la presenza nella nostra città di una rappresentanza sportiva di uno Stato che si sta macchiando di genocidio e crimini di guerra», chiede alla FIFA di escludere Israele da tutte le competizioni, come è stato fatto con la Russia, e alla FIGC di non legittimare un regime che «ha raso al suolo gli stadi palestinesi, trasformandoli in campi per sfollati o in luoghi di tortura».
Nei giorni scorsi la questione ha raggiunto anche la politica. Mauro Berruto, responsabile sport del Partito Democratico, ha detto che questa è «la partita che non dovrebbe essere giocata», auspicando almeno un gesto simbolico di dissenso, come le magliette rosse indossate da Adriano Panatta e Paolo Bertolucci nella finale di Coppa Davis contro il regime di Pinochet. Il ministro dello Sport Andrea Abodi, invece, ha escluso paragoni con la Russia, sostenendo che «Israele è stato aggredito» e che «se Hamas non si nascondesse dietro la popolazione civile probabilmente non saremmo in questa situazione».
La realtà è che, mentre per la Russia le sanzioni sono arrivate dopo una pressione internazionale forte, per Israele la pressione resta «minima» e la FIFA continua a rinviare ogni decisione, cercando di preservare la stabilità del sistema sportivo internazionale a discapito della coerenza morale. Non è solo politica: è una questione di responsabilità morale e umanitaria. Non possiamo accettare che il calcio, linguaggio universale capace di unire milioni di persone, venga usato per “ripulire” l’immagine di uno Stato che sta commettendo crimini contro l’umanità.
Per questo, l’appello alla mobilitazione del 14 ottobre a Udine è un invito chiaro e urgente: «Fuori Israele dalla FIFA e dall’Italia, fuori il sionismo dalla storia e dai nostri stadi!». La solidarietà passa anche attraverso il campo da gioco e non si può restare in silenzio davanti a un genocidio.