Siamo stati alla finale della Scugnizzo Cup, il torneo dei quartieri nell’ex carcere minorile di Napoli
di Mattia EspositoL’ex carcere minorile Filangieri di Napoli è un’imponente struttura incastonata tra i vicoli del centro storico. Per raggiungerla, occorre arrampicarsi lungo Salita Pontecorvo, una stretta e ripida stradina che collega piazza Dante a piazza Gesù e Maria, oppure imboccare una delle traverse di via Salvator Rosa, l’arteria che unisce il centro alla parte collinare della città.
Sulle mappe cittadine, l’edificio rientra nel Complesso di San Francesco delle Cappuccinelle: fino al 1809 ospitava un convento, poi il re di Napoli, Gioacchino Murat, ne ordinò la riconversione in riformatorio. Secondo i racconti popolari del quartiere, da qui partirono – nel 1943 – alcuni degli Scugnizzi protagonisti delle Quattro Giornate che liberarono la città dall’occupazione nazista.
Nel 2000 l’edificio fu acquistato dall’Università Navale, ma i lavori di ristrutturazione non iniziarono mai e la struttura si aggiunse alla lunga lista degli edifici abbandonati del centro storico. Da settembre del 2015, però, ha riaperto le porte al quartiere con un nuovo nome: “Scugnizzo Liberato, Bene Comune & Laboratorio di Mutuo Soccorso”.
Dal lunedì alla domenica, collettivi e volontari animano lo spazio con un’offerta variegata di attività e servizi rivolti ai residenti di tutte le età: doposcuola, scuola calcio popolare, pugilato, corsi di cucina e di ceramica. Iniziative fondamentali in uno dei quartieri più poveri di Napoli, dove - secondo i dati del Comune - il reddito medio annuo lordo si aggira intorno ai 20mila euro, ben lontano dai 50mila di Chiaia, il quartiere più ricco. L’importanza dello Scugnizzo Liberato è stata riconosciuta anche dalle istituzioni: è stato inserito dal Comune nella rete dei beni comuni, quegli spazi urbani abbandonati che cittadine e cittadini hanno restituito all’uso collettivo.
Dal 2020, ogni estate, lo Scugnizzo si trasforma in uno stadio: ospita la Scugnizzo Cup, il torneo di calcio a 5 che mette di fronte le squadre dei quartieri della città. Venti squadre, cinque gironi, poi la fase a eliminazione diretta.
Venerdì 18 luglio, alle 21.30, ho varcato il grande portone della struttura, superando le decine di motorini parcheggiati, per assistere alla finale della sesta edizione. Il campo si trova all’interno di uno dei chiostri: dagli affollati balconi del primo piano si gode di una visuale perfetta e sventolano bandiere della Palestina, di Mare Libero e di altre realtà sociali cittadine. Ma è a bordo campo che si concentra la folla: arbitro e organizzatori sono costretti agli straordinari per spingere gli spettatori oltre la linea del fallo laterale e garantire il regolare svolgimento della partita.
In un’intervista a Repubblica, il presidente Luca Borrelli ha spiegato: «Con la Scugnizzo Cup vogliamo lanciare questo messaggio: dalla strada ai campi di calcio, per amore e passione. Con il pallone tra i piedi e il cuore a mille per un gol, che darà sempre la stessa sensazione: in qualunque porta venga segnato».
Il tabellone della finale - dopo un torneo giocato a ottimi livelli, anche grazie alla presenza di diversi calciatori semi-professionisti - vede affrontarsi Inter Miami e Manchester City. Le due squadre indossano maglie speciali, disegnate per l’occasione. Tra le fila del City giocano soprattutto ragazzi del quartiere e i loro tifosi sono in netta maggioranza. Poco prima del fischio d’inizio, lo speaker dà il via: si accendono torce e fumogeni distribuiti lungo i balconi, intorno al chiostro. L’effetto è potente e la musica amplifica l’atmosfera.
Il primo tempo è equilibratissimo, «come una vera finale dovrebbe essere», dicono a bordo campo, e si chiude sull’1 a 0 per il City. Durante l’intervallo, mi sposto verso il bar per una birra. Uno spettatore mi racconta che è la prima volta che torna nello spazio da quando, nel 1978 o 1979, vi fu detenuto da giovanissimo dopo uno scippo. «Stavo là, al 4° piano. Poi non ho mai più sbagliato», mi dice.
Nella ripresa il City dilaga: finisce 4 a 0, con i tifosi del quartiere che si riversano in campo per festeggiare. Seguono la premiazione e altri fuochi d’artificio. La serata si conclude con un pensiero degli organizzatori ai piccoli pazienti della Fondazione Santobono Pausilipon, a cui ogni anno, a fine torneo, viene destinata una donazione.
«Il nostro obiettivo era passare il girone, è stato già bellissimo arrivare fin qui», mi dice il capitano degli sconfitti. L’appuntamento è per l’anno prossimo, quando ci sarà già una squadra da battere.