La Nazionale femminile di calcio torna dopo dodici anni ai quarti di un Europeo e stasera giocherà contro la Norvegia. Su alcuni siti di informazione online, però, viene dato più risalto alla partita del cuore con Matteo Renzi. In altri, la notizia della partita è totalmente assente. E se al posto delle giocatrici avessimo avuto dei giocatori? Diciamocelo: le cose sarebbero andate diversamente e magari la partita sarebbe finita nelle aperture dei quotidiani.

Se non se ne parla è anche per come viene letta la partecipazione femminile all’interno del mondo sportivo: un passatempo per dilettanti, incapaci di “incantare” come i colleghi maschi. La portiera della nazionale femminile, Laura Giuliani, per diventare calciatrice ha fatto svariati lavori e sacrifici. Cosa che avviene raramente nel caso dei calciatori. «Sono stata operaia in catena di montaggio, panettiera all’alba, commessa, cameriera. Ero in Germania, dovevo tirare su dei soldi per sopravvivere», ha detto in un’intervista a Repubblica. «Ogni sera mi dicevo di resistere: ho lavorato otto ore al ristorante, ma un giorno giocherò a calcio». Come pretendere di avere la testa sul gioco e sulla tecnica quando bisogna pensare a mettere insieme il pranzo con la cena e si è costrette a lavorare e allenarsi allo stesso tempo? Non stupisce quindi che ci sia chi si vede costretta a mollare.

Lo conferma Martina Cortesi, che ha giocato in Serie A, prima nella Torres e poi nel Como. «Il mondo del calcio femminile non dà certezze. Quando giocavo io si andava dai 200 euro ai 1.500 di stipendio. Quindi si fanno altri lavori, anche mentre si gioca», racconta a VD. «Ci chiedevano un impegno professionistico, ma dallo stipendio alle infrastrutture, mancavano le basi».  Le paghe nel professionismo femminile continuano a non essere comparabili con le analoghe maschili. «Se hai uno stipendio di 1200 o 1300 euro e se gli investimenti sono instabili, va da sé che una calciatrice non ha certezze e finisce per rinunciare», spiega Cortesi. Oggi lo stipendio medio annuo per una calciatrice professionista è di 10.020 euro. Nei club che militano nei principali campionati la retribuzione è più alta, ma difficilmente supera le 50 mila. La giocatrice Valentina Giacinti, attaccante della Roma, è la più pagata, con 225 mila euro. Lorenzo Pellegrini, capitano della stessa squadra dal 2021, a oggi percepisce 4 milioni di euro netti.

C’è chi sostiene che il calcio femminile sia “poco interessante”, “come vedere dei bambini”. Come spiega Martina Cortesi, «chi guarda non è abituato a vedere questo tipo di calcio. Basta vedere lo spazio dedicato agli europei». «Se si investisse su stipendi e infrastrutture adeguate, è ovvio che il livello aumenterebbe», precisa. «Ma per questo, la visibilità è fondamentale. Solo così il pubblico può cambiare approccio, iniziare a guardare di più le partite in tv, ad andare allo stadio, in modo da attrarre più risorse e investimenti. È un circolo». E se il punto fossero quindi le paghe generalmente basse, che non permettono alle giocatrici di potersi dedicare il massimo a questo sport? Ma soprattutto, quando smetteremo di leggere il mondo attraverso lenti maschili? Già, perché l'uomo non è la misura di tutte le cose, facciamocene una ragione.