«Giocando a calcio abbiamo cambiato la società afghana»
di Samuele MaccoliniIl ritorno al potere dei Talebani nel 2021 ha portato con sé la repressione delle donne, tra cui l’imposizione del divieto di studiare e di fare sport. Per questo motivo molte professioniste del calcio femminile hanno lasciato il Paese, e oggi più di 80 sono rifugiate all’estero, la maggior parte in Australia, dove il Melbourne Victory ha messo a disposizione strutture per allenarsi e giocare. Non disputano una partita ufficiale dal 2018. Poiché la Federazione Calcistica Afghana non riconosce le squadre femminili, la FIFA, in base alle sue regole, non può ufficialmente riconoscere le rifugiate come nazionale afghana. Ciononostante da oltre tre anni chiedono alla FIFA di superare le regole per permettere alla squadra di partecipare ai tornei internazionali.
Nei giorni scorsi le loro richieste sono state accolte, ma solo parzialmente: il 9 maggio la FIFA ha infatti annunciato che si impegnerà a formare una squadra femminile afghana composta da rifugiate, l’"Afghan Women's Refugee Team" (AWRT). Questa squadra non è però riconosciuta ufficialmente come la nazionale femminile dell'Afghanistan, perciò non potrà partecipare ai tornei ufficiali ma solo alle amichevoli.
Si tratta comunque di un primo passo, un progetto sperimentale della durata di 12 mesi per testare la sostenibilità a lungo termine dell'iniziativa. Anche perché parliamo di professioniste che da sempre lottano per i propri diritti in un ambiente estremamente ostile. Il simbolo della squadra è la capitana Fatima Yousufi, che gioca in porta e ha usato la sua popolarità per promuovere le cause delle donne afghane. Come a tante calciatrici nel mondo, anche a lei è stato detto che “non avrebbe dovuto giocare“ in quanto donna: con le colleghe professioniste di altre nazioni (anche in occidente) condivide la difficoltà di farsi accettare in uno sport dominato dagli uomini.
In un’intervista rilasciata al media Copa90 ha raccontato l’importanza del calcio nel suo percorso di emancipazione. «Avevo 16-17 anni quando scoperto che anche le ragazze potevano giocare. Le ho viste giocare davanti ai miei occhi e sono rimasta così sorpresa. Guardandole pensavo: “cosa? Una ragazza può davvero giocare?” Ciò che mi ha emozionata era che dribblavano come facevano i ragazzi. Mi hanno ispirata».
Il percorso è stato pieno di difficoltà. «Dovevamo nasconderci dalle nostre famiglie per andare agli allenamenti. Ricordo che i genitori di alcune delle mie compagne di squadra nemmeno sapevano che le loro figlie stessero entrando nella nazionale. Neanche mio padre lo sapeva», ricorda la capitana. Ma grazie al sostegno della madre è riuscita infine a dirglielo, proprio quando era stata selezionata per giocare con le giovanili della nazionale in un torneo fuori dal Paese, in India. «Mia mamma è stata la mia più grande sostenitrice. Mi ha detto di seguire il mio sogno». La nazionale femminile ha avuto un grande impatto sulla società afghana. Soprattutto dopo lo scandalo del 2018, quando le calciatrici denunciarono pubblicamente le aggressioni sessuali perpetrate nei loro confronti dai funzionari della Federazione calcistica afghana (AFF), tra cui l'allora presidente Keramuddin Karim, che per questo motivo è stato radiato a vita dalla FIFA.
«È stato un grosso segnale di allarme per tutte quelle ragazze che volevano giocare – spiega Yousufi – La nostra squadra era quella che cambiava le regole del gioco, che cambiava le menti in Afghanistan. Cambiavamo la mentalità delle persone, persino quella delle nostre stesse famiglie». Proprio per questo sentiva sul suo peso una grossa responsabilità: non solo guidava la nazionale, ma era anche il volto delle donne afghane nel mondo. «Mi sembrava di rappresentare ogni ragazza afghana a cui era stato detto di stare zitta e seduta».
Oggi, dopo il riconoscimento della FIFA, Yousufi è fiduciosa. Si appella alle ragazze di tutto il mondo: «non aspettate che vi diano il permesso. Anche se il mondo ve lo vieta, trovate comunque una strada. Io ho giocato nascondendomi, nella paura e nel silenzio, ma sono ancora qui a farlo. Credete in voi stesse: se l’ho fatto io, potete farlo anche voi».