Alia Guagni, giocatrice del Como, è scesa in campo con il suo curriculum vitae stampato sulla parte anteriore della maglia per sottolineare l'incertezza con cui le calciatrici devono fare i conti al termine della loro carriera sportiva, quando cercano un nuovo lavoro. Quella di Guagni è stata l’ultima partita della sua carriera, che si è conclusa a 37 anni.
La due volte vincitrice del premio di calciatrice dell'anno della Serie A e campione di Serie A con la Fiorentina nel 2017, afferma che «parlare è l'unica cosa giusta da fare» per cercare di aiutare altre calciatrici. «Ho avuto la fortuna di avere un piano, ma conciliare la preparazione per il futuro con le esigenze dello sport professionistico non è mai semplice», ha detto. «Una carriera in campo ha una fine naturale. Garantire che ci sia un inizio dopo quella fine dovrebbe essere parte del percorso. Perché non aiutare le campionesse di domani a iniziare a costruire il loro futuro oggi?». La squadra del Como Women spera che si aprano le porte al cambiamento per le calciatrici. «Accetteremo solo sponsor che si impegnano ad assumere le calciatrici una volta terminata la loro carriera sportiva», fa sapere il club.
In Italia il calcio femminile è considerato professionistico solo per chi gioca in Serie A e solo dal 2022. L’anno scorso il Governo ha però tagliato i fondi allo sport femminile. Lo status del professionismo nel calcio femminile comporta molte più sicurezze per le atlete, come stipendio minimo garantito, assicurazione, maternità, pensione, punti di invalidità in caso di gravi infortuni che compromettono le carriere. Come ha scritto la deputata alla Camera Chiara Gribaudo, vicepresidente del Partito Democratico: «Il governo precedente aveva investito 11 milioni di euro per favorire la transizione al professionismo nello sport femminile, mentre l'attuale governo, guidato da una premier donna, ancora è fermo alla cifra 0. A parole erano tutti d’accordo: dai deputati della maggioranza fino al Ministro Abodi, poi alla prova dei fatti hanno votato contro».