Di interviste insipide concordate con gli uffici stampa e talvolta inutili, la tv ne è piena; ma tra le domande apparecchiate per non disturbare nessuno e un interrogatorio sulla vita sessuale di un ospite ne passa parecchio. «Sei attratto dagli uomini o dalle donne?». «Hai sperimentato la sessualità con una persona?». Sono alcune delle domande che Pierluigi Diaco ha rivolto martedì ad Alberto Ravagnani, ex sacerdote, durante BellaMa’ su Rai 2. Ravagnani ha espresso il proprio disagio, ma il conduttore ha continuato a incalzarlo, sostenendo che chi decide di esporsi pubblicamente debba rispondere anche a domande «al limite della maleducazione». A un certo punto gli ha persino rimproverato di aver rinunciato all’impegno preso con Dio: «Tu stai giudicando, non mi stai facendo una domanda», gli ha risposto Ravagnani.

Come ha ricordato l'avvocata Cathy La Torre, l'articolo 9 del GDPR tutela in modo particolare i dati relativi all'orientamento, mentre il Codice etico Rai richiama il rispetto alla riservatezza. Sul caso sono arrivati anche esposti e segnalazioni, non un dettaglio secondario per un servizio pubblico che paghiamo direttamente in bolletta. E come ha osservato l'attivista Pietro Turano, essere gay non impedisce di riprodurre stereotipi machisti e di usare il proprio ruolo per mettere in difficoltà qualcuno.

Dopo l'intervista è tornato anche a circolare sui social un video del 2008 in cui, a Scalo 76, Donatella Rettore chiedeva a Diaco se fosse gay. Lui rispose di no e contestò la domanda, forse senza avere allora la prontezza di rivendicare il diritto alla propria privacy. Oggi però è Diaco, ormai apertamente omosessuale, a pretendere risposte sul privato di Ravagnani, il cui orientamento non conosciamo né ci interessa: spetta a ciascuno decidere se e con chi condividerlo.