Abbiamo bisogno di un maranza al governo
di Tommaso ProverbioLe manifestazioni delle ultime settimane contro il carovita sono state segnate da scontri con le forze dell’ordine e danneggiamenti. Le immagini delle vetrine distrutte hanno rapidamente occupato il racconto pubblico, mentre la risposta politica si è concentrata soprattutto sulla sicurezza, la repressione e sull’ordine pubblico.
I disordini hanno coinvolto numerosi giovanissimi, molti dei quali minorenni. Il 23 ottobre, le indagini hanno portato a perquisizioni in 18 città, con circa cento persone identificate, tra cui 51 minorenni. Le violenze non diventano meno gravi perché a commetterle sono dei ragazzi.
Ma fermarsi alla cronaca dei danni rischia di trasformare una domanda scomoda in una questione esclusivamente di ordine pubblico: che cosa sta succedendo a una generazione che si affaccia all’età adulta senza avere la certezza di potersi costruire una vita autonoma?
Il maranza che non vuole più chiedere il permesso
“Il primo maranza al governo”, il primo libro di Mosa One, è un’ottima chiave di lettura per capire cosa sta accadendo nel nostro Paese. Il protagonista del libro è Sami, venticinquenne di origine egiziana cresciuto in una periferia dimenticata. Quando il suo migliore amico Karim muore in circostanze sospette e la sua morte viene utilizzata dalla propaganda politica, Sami decide di entrare in politica. Insieme all’amico Andy fonda il partito ‘Lontano dalla Giungla’, inseguendo un obiettivo che sembra impossibile: diventare il primo maranza al governo. È il tentativo di immaginare che cosa succederebbe se a prendere la parola fosse qualcuno che, fino a quel momento, era stato raccontato esclusivamente dagli altri.
Per anni, il termine «maranza» è stato utilizzato per identificare una figura considerata molesta, minacciosa, estranea al decoro urbano. Jovanotti usava la parola maranza già nell’88 con l'accezione di “coatto” a Serata d'onore su Rai 2. Un'etichetta che, nel dibattito contemporaneo, colpisce soprattutto ‘ragazzi di seconda generazione delle periferie’. Media e politica hanno trasformato così un’estetica giovanile in uno stereotipo razzista e classista. Mosa One prova a rovesciare questa prospettiva. Il suo protagonista è una persona attraversata da rabbia, contraddizioni, sogni e desiderio di cambiamento. La sua esistenza non si esaurisce nell’etichetta che gli viene assegnata.
Ci hanno promesso un sogno, poi ci hanno accusati di non realizzarlo
Siamo cresciuti in una società che misura il successo attraverso il denaro, i consumi e l’autonomia economica, ma oggi per molti giovani anche trovare casa e mantenersi con il proprio lavoro è sempre più difficile. Eppure continuiamo a sentirci dire che non abbiamo voglia di lavorare o che pretendiamo troppo. Ci hanno lasciato un mondo pieno di problemi e poi ci accusano di non riuscire a risolverli.
Per i ragazzi di seconda generazione questa contraddizione si somma a un'altra: oltre a fare i conti con le stesse difficoltà economiche dei coetanei, devono spesso affrontare il sospetto, la discriminazione e la necessità di dimostrare continuamente di appartenere al Paese in cui sono cresciuti. Quando si parla di loro, il disagio sociale rischia di essere sostituito dal racconto di un problema identitario, culturale o di sicurezza. È un punto su cui insiste anche il collettivo 2generazione, che ha denunciato la tendenza a mettere in primo piano le origini dei giovani arrestati, trasformandole in una chiave di lettura della loro condotta.
Un ragazzo di origine straniera può essere cittadino italiano, essere cresciuto qui e vivere le stesse difficoltà dei suoi coetanei. Eppure, la sua provenienza rischia di diventare la notizia, mentre quella di un ragazzo italiano senza genitori immigrati spesso non viene neppure menzionata. Non si tratta di nascondere le responsabilità individuali o di negare i fatti. Si tratta di raccontarli senza trasformare l’origine di una persona in una spiegazione automatica del suo comportamento.
Una vetrina infranta, un futuro in frantumi
I saccheggi del 18 ottobre non hanno un’unica spiegazione, né possiamo attribuire a tutti i ragazzi coinvolti le stesse motivazioni. Ma gli episodi sollevano una domanda: che cosa accade quando una società promette a tutti il benessere attraverso i consumi, mentre sempre meno persone possono permetterselo? La vetrina diventa allora una metafora di questa contraddizione. Non perché distruggerla sia un gesto automaticamente anticapitalista, ma perché il desiderio di partecipare a un modello di società può convivere con l’esclusione da quel modello. La rabbia non nasce necessariamente dalla volontà di abbattere il sistema: può nascere anche dal desiderio di entrarci, nonostante il sistema respinga chi non ha le risorse per farne parte. Nel romanzo di Mosa One, la periferia è il luogo in cui le promesse della società si scontrano con un futuro che sembra già deciso da altri.
«Nati selvaggi in una giungla di cemento, ci hanno legato le ali all’asfalto per farci credere di non saper volare. Ma noi ci innalziamo».
È una delle frasi più potenti del libro, perché sposta il discorso dalla presunta natura dei ragazzi alle condizioni in cui sono cresciuti. Non sono le ali a mancare: sono le possibilità di usarle.
Prima ci abbandonano, poi ci criminalizzano
Il collettivo 2generazione ha sintetizzato la propria posizione con una frase che ribalta la prospettiva abituale: «Prima ci abbandonano, poi ci criminalizzano». Scuole, servizi sociali, spazi culturali e opportunità di lavoro non eliminano automaticamente la violenza, ma possono contrastare l'abbandono e la marginalità. Se la risposta delle istituzioni arriva soprattutto dopo gli scontri, con arresti e repressione, resta da chiedersi quanto si investa nella prevenzione. Il rischio è che i giovani vengano prima lasciati senza opportunità e poi raccontati come una minaccia. Per le seconde generazioni, inoltre, l'origine rischia di diventare un'etichetta che trasforma il comportamento di alcuni in un'accusa contro un'intera comunità. Come ricorda 2generazione, la sicurezza non può essere separata dal diritto a un futuro dignitoso.
E se il maranza entrasse davvero a Palazzo Chigi?
Sami entra in politica per smettere di lasciare agli altri il potere di raccontare la sua vita. Il suo sogno di diventare il primo maranza al governo pone una domanda: perché chi cresce in periferia ed è considerato scomodo dovrebbe essere escluso dalle decisioni che riguardano tutti? Il romanzo non presenta la politica come una soluzione semplice: anche chi vuole cambiare il sistema rischia di esserne assorbito. Ma ricorda che non basta chiedere ai giovani di rispettare le regole: bisogna offrire loro la possibilità concreta di partecipare alla società.
Abbiamo bisogno di un maranza al governo non perché la provenienza garantisca maggiore giustizia o perché la rabbia sia, da sola, un programma politico. Ma perché chi viene descritto come un'emergenza possa diventare parte delle soluzioni. Dietro un'etichetta ci sono persone diverse, desideri e responsabilità. La periferia non è una categoria umana, e nessuno dovrebbe essere costretto a dimostrare di meritare un futuro per il luogo in cui è nato o per il proprio cognome.
Le vetrine infrante non sono un programma politico, ma non devono diventare un pretesto per ignorare tutto il resto. Il problema è anche ciò che rischiamo di distruggere se continuiamo a trattare il futuro dei giovani come una questione privata, il disagio come una colpa e la rabbia come un problema da contenere. Mosa One ha scritto un libro per dare voce a chi, troppo spesso, viene raccontato soltanto dagli altri. La domanda che ci lascia è semplice: vogliamo continuare a parlare dei maranza o siamo pronti, finalmente, ad ascoltarli?