La lista della spesa è scritta con il pennarello nero sulla lavagnetta in cucina. Le cose finite sono quelle di sempre: pane, latte, altro. Scendo e provo a fare la spesa. Entro in un primo punto vendita della grande distribuzione del mio quartiere, poi in un secondo, infine in un terzo. Tre grandi supermercati diversi, la stessa scena: gli scaffali sono vuoti. I rifornimenti non arrivano, la paura di restare senza ha spinto a prendere tutto quello che si trova, lasciando poco spazio alla solidarietà verso chi arriverà dopo.

La sensazione è straniante. Continuo a camminare verso il centro storico e attraverso piazza del Gesù, dove si affacciano il liceo Genovesi e il liceo Fonseca, entrambi occupati nell’ambito della mobilitazione studentesca che in questi giorni attraversa la città, affiancandosi alla protesta degli autotrasportatori. Scaffali vuoti anche lungo via Mezzocannone. La percorro tutta fino alla sede dell’università Federico II, che ha attivato la didattica a distanza per arginare i disagi delle mobilitazioni. Bentornato, 2020. La sede di Porta di Massa è stata occupata dagli studenti che rivendicano «una vita degna, una vita bella» verso lo sciopero generale del 30 ottobre.

A questo punto mi sembra chiaro che in città non troverò quello che cerco. Prendo l’auto e provo nei quartieri limitrofi, poi punto verso la provincia. L’indicatore del carburante mi ricorda che mi resta una sola tacca. Mi fermo ai due distributori di via Foria: niente da fare. Piazza Carlo III, piazza Garibaldi: niente benzina. Faccio la rotonda di via Galileo Ferraris e rientro a casa. Alla fine mi salva un minimarket di via Duomo, uno di quelli aperti quasi ventiquattr’ore su ventiquattro. Trovare qualcosa non significa poterselo permettere: i pochi prodotti disponibili hanno prezzi lievitati.

Nelle prossime ore la situazione dovrebbe tornare gradualmente alla normalità: i presidi degli autotrasportatori sono stati sciolti, le prime autocisterne stanno rifornendo i distributori della città, gli scaffali dei supermercati tornano a riempirsi. Quando tutto sarà tornato al suo posto, resterà una domanda: quanto è davvero solida la “normalità” in cui viviamo?