«Quelli che non devono mollare sono i dottori». Il 29 settembre, in collegamento con diMartedì su La7, Alessandro Di Battista ha raccontato che, dopo un malore a Cuba, gli è stato diagnosticato un tumore, poi quasi interamente asportato dai medici. Parlando delle cure che lo aspettano, ha preso le distanze dalla retorica del guerriero: l’idea che guarire sia una battaglia da vincere con la forza di volontà. 

Ha parlato anche del proprio atteggiamento positivo, precisando che fa parte del suo carattere. Ma sperare che le terapie funzionino è diverso dal credere di farcela perché si combatterà abbastanza. Le sue parole aprono una domanda: perché sentiamo il bisogno di trasformare chi si ammala in un eroe?  Quando una persona si ammala gravemente, il nostro vocabolario si restringe in fretta. Bisogna combattere, reagire, non mollare. Chi affronta le terapie viene celebrato per la sua forza; chi guarisce ha vinto; chi racconta pubblicamente una diagnosi diventa facilmente un esempio di coraggio. Sono parole spesso pronunciate con affetto, nel tentativo di incoraggiare o di trovare qualcosa da dire davanti alla paura. Eppure possono contenere una richiesta ulteriore: oltre a curarti, mostraci che sai affrontare la malattia nel modo giusto. 

La metafora della guerra è solo una parte del problema. Intorno alla malattia può costruirsi anche una retorica dell’eroismo: il paziente ammirevole è determinato, ottimista, resiliente, possibilmente grato. La paura trova posto nel racconto se poi viene superata; lo sconforto diventa accettabile quando prepara una ripartenza. Ammettere di essere stanchi, invece, rischia di suonare come una mancanza personale.  È così che prende forma il modello implicito del «bravo malato». Non indica qui chi segue una terapia o collabora con i professionisti sanitari, ma chi sembra saper gestire anche le emozioni nel modo che gli altri si aspettano. Può soffrire, purché dalla sofferenza ricavi qualcosa: una lezione, una nuova consapevolezza, una storia capace di ispirare. Persino la vulnerabilità, per essere riconosciuta, sembra dover diventare una tappa verso la forza. 

Il problema non è ammirare chi attraversa un’esperienza difficile. È trasformare quell’ammirazione in una misura con cui valutare tutti gli altri. Nessuno dovrebbe dover dimostrare un particolare carattere per essere ascoltato e curato. Dietro l’incoraggiamento «se sei forte, ce la farai» c’è un ragionamento che merita attenzione. Quando questa frase viene intesa come una promessa, la forza diventa una garanzia di guarigione. Sul piano logico, per contrapposizione, ne segue che chi non guarisce non è stato abbastanza forte: una conseguenza spesso involontaria, ma già contenuta nella premessa. 

Quando poi la forza viene identificata con l’impegno, il giudizio diventa anche morale: chi non ce l’ha fatta non avrebbe combattuto abbastanza. Un esito clinico viene così trasformato in una valutazione della persona. Per evitare questa colpevolizzazione bisogna mettere in discussione la premessa: su quali basi possiamo sostenere che essere forti garantisca di guarire?  Questo rapporto fra atteggiamento psicologico ed esiti della malattia è stato indagato anche dalla ricerca. Nel 2002 una revisione sistematica pubblicata sul BMJ analizzò gli studi sui rapporti fra modi di affrontare il cancro, sopravvivenza e recidive, compreso il cosiddetto fighting spirit, lo «spirito combattivo». Gli autori trovarono poche prove coerenti a sostegno di un ruolo importante di questi atteggiamenti sugli esiti clinici e conclusero che i pazienti non dovrebbero sentirsi spinti ad adottare un particolare modo di reagire per migliorare le proprie possibilità. 

Anche l’American Cancer Society, nella sua pagina dedicata a emozioni e cancro, chiarisce che la ricerca non ha dimostrato che mantenere un atteggiamento positivo cambi la durata della vita. Cercare di esserlo continuamente può, anzi, risultare faticoso. Questo non significa che il benessere psicologico sia irrilevante: il sostegno, i gruppi di confronto e gli interventi psicologici possono aiutare a gestire la sofferenza e migliorare la qualità della vita. Significa distinguere l’aiuto a stare meglio dall’obbligo di pensare nel modo giusto per guarire.  Una revisione pubblicata nel luglio 2026 sulla rivista Tumori, che ha incluso 42 studi sull’adattamento psicologico al cancro, richiama l’importanza di valutare precocemente i bisogni psicologici e di offrire interventi di supporto per il benessere mentale. La risposta alla paura, dunque, può essere una presa in carico, anziché un invito a correggere il proprio atteggiamento. 

La differenza diventa concreta nelle conversazioni quotidiane. Se a ogni confessione di stanchezza rispondiamo che bisogna reagire, possiamo rendere più difficile, per chi è malato, dire come si sente davvero. Se ogni paura viene subito coperta da una rassicurazione, rischiamo di interrompere proprio il discorso che vorremmo sostenere. Chi è malato può ritrovarsi a proteggere gli altri dalla propria sofferenza, scegliendo parole che li tranquillizzino.  Anche per chi sta accanto a una persona malata è comprensibile desiderare speranza. Ma una conversazione di sostegno dovrebbe poter accogliere una giornata difficile senza pretendere che si chiuda con una dichiarazione di fiducia. La rabbia non è una colpa. La stanchezza non è un giudizio sulla volontà di vivere. Chiedere aiuto non diminuisce il valore di chi lo chiede. 

Le parole, però, non hanno lo stesso effetto per tutti. Uno studio di Elena Semino e colleghi, pubblicato su BMJ Supportive & Palliative Care, ha analizzato il linguaggio usato online da pazienti oncologici: le immagini della violenza e quelle del viaggio potevano entrambe esprimere un senso di forza oppure di impotenza, a seconda del contesto. Non basta quindi sostituire la battaglia con un percorso per trovare una formula adatta a chiunque. Conta anche chi sceglie l’immagine e che cosa riesce a dire attraverso di essa.  Definirsi un guerriero può aiutare qualcuno ad affrontare le terapie. Attribuire quella stessa identità dall’esterno può diventare un peso. La libertà di raccontarsi comprende entrambe le possibilità: usare una metafora che dà conforto o fare a meno delle metafore. Comprende anche il diritto di cambiare linguaggio, di non pubblicare aggiornamenti e di non trasformare ciò che accade al proprio corpo in una testimonianza utile agli altri. 

La retorica dell’eroe può inoltre rendere più difficile dare valore a obiettivi che non somigliano a una vittoria: controllare il dolore, dormire meglio, mantenere un’autonomia possibile, trascorrere tempo con le persone care. Nel racconto della lotta, tutto questo può apparire secondario rispetto all’idea di andare avanti a qualunque costo.  Le cure palliative mostrano quanto sia limitante questo schema. Come spiega il National Cancer Institute, possono essere offerte durante il percorso oncologico, anche insieme ai trattamenti contro il tumore, e si occupano dei sintomi e dei bisogni emotivi, sociali e pratici della persona. Non sono il nome medico di una resa. Parlare con l’équipe degli obiettivi e del peso delle cure è parte dell’assistenza, non un esame di coraggio. 

Le parole di Di Battista permettono allora di spostare l’attenzione dalla prestazione emotiva del paziente alle condizioni che gli consentono di essere curato: professionisti, terapie, assistenza, relazioni, sostegno. Chi si ammala partecipa alle decisioni sulla propria salute, ma non può assumersi anche la responsabilità di far funzionare le cure attraverso la propria forza di volontà.  Possiamo continuare ad ammirare il coraggio senza renderlo obbligatorio. La forza può essere una risorsa personale, ma non garantisce la guarigione: non guarire non dimostra di essersi impegnati troppo poco. Guarire non è il premio per chi ha combattuto meglio. E chi si ammala ha bisogno di cure e sostegno, senza dover dimostrare di meritarli attraverso il proprio carattere.