Un album di famiglia può durare più a lungo delle persone che lo hanno composto. Le fotografie restano, i nomi molto meno. A un certo punto può succedere che nessuno sappia più riconoscere chi compare in una foto, dove sia stata scattata o perché qualcuno abbia deciso di conservarla.
È il territorio della fotografia vernacolare, quella prodotta per ragioni che in origine avevano poco a che fare con musei, mostre o mercato dell’arte. Album familiari, immagini anonime, fotografie ritrovate: materiali che per molto tempo sono rimasti ai margini della storia ufficiale della fotografia e che oggi vengono studiati anche per ciò che raccontano della vita quotidiana e dei modi in cui le persone hanno scelto di rappresentarsi.
 

A Modena GU.PHO. lavora proprio su questo materiale dal 2022, anno in cui nasce il Festival Internazionale di Fotografia Vernacolare. Nel 2026 il festival ha raggiunto la quinta edizione e viene presentato come il primo in Europa dedicato specificamente a questo ambito. Intorno alle esposizioni sono cresciuti incontri, ricerca, formazione ed editoria. Nel tempo, però, l’attività di GU.PHO. si è estesa oltre il calendario del Festival. Nel 2023 è nato ARCHIVIO VIVO, una rete che oggi coinvolge sette Comuni dell’Emilia-Romagna e lavora sulla ricerca e sulla valorizzazione di archivi e contro-archivi vernacolari. Due anni dopo è arrivata l’associazione GU.PHO., Centro per la fotografia vernacolare APS. Ed è ragionando su cosa fare durante il resto dell’anno che Giorgia Padovani e Marcello Coslovi, co-direttori artistici del Festival e tra i fondatori dell’associazione, hanno cominciato a pensare a una biblioteca.
 

La constatazione da cui partono è piuttosto semplice. Secondo GU.PHO. in Italia manca una biblioteca specificamente dedicata alla fotografia vernacolare, anonima e d’archivio, nonostante studenti, artisti e studiosi mostrino un interesse crescente per questo campo. L’idea è quindi raccogliere in uno stesso luogo libri fotografici, saggi, cataloghi, pubblicazioni indipendenti e testi critici provenienti dall’Italia e dall’estero. Non soltanto una collezione da consultare, ma un luogo attorno al quale costruire laboratori, incontri e nuove occasioni di ricerca. Il progetto si svilupperà negli spazi di Sugar Paper, realtà modenese dedicata al libro fotografico, fondata da Alex Tabellini, Mattia Bianco e dallo stesso Coslovi. Il progetto permette di avvicinare nello stesso luogo fotografia contemporanea e fotografia vernacolare, facendo del libro e della sua dimensione materica un punto di contatto tra pratiche fotografiche differenti.

La raccolta partirà, compatibilmente con i fondi che verranno raccolti attraverso il crowdfunding, dalle pubblicazioni collegate agli artisti e alle mostre ospitati nelle edizioni di GU.PHO. L’elenco comprende poi alcune pubblicazioni che GU.PHO. considera riferimenti fondamentali per questo ambito. Ci sono Hidden Mother di Linda Fregni Nagler, i libri di Joachim Schmid, Erik Kessels e Joan Fontcuberta, Holy Bible di Adam Broomberg e Oliver Chanarin. Ma GU.PHO. vuole evitare che la biblioteca finisca per raccontare ancora una volta una storia quasi esclusivamente europea della fotografia. Per questo nella selezione trovano spazio anche i lavori di Lebohang Kganye e Nhu Xuan-Hua, gli studi di Tina M. Campt, Ariella Aïsha Azoulay e Thy Phu, le ricerche di Lukas Birk. Tra i riferimenti dichiarati c’è The Walther Collection, che negli anni ha lavorato anche sulla fotografia africana e asiatica, sugli archivi storici e sulle pratiche di autorappresentazione.
 

Dietro i libri, però, rimangono le fotografie. Un’immagine può nascere per circolare tra poche persone e finire, decenni più tardi, davanti agli occhi di qualcuno che con quelle persone non ha alcun rapporto. La storia privata magari è andata perduta. Restano modi di rappresentarsi e qualcosa che può ancora essere letto molto tempo dopo. Abbastanza perché quella fotografia possa ancora essere interrogata. Succede già con le immagini anonime che riemergono dagli archivi o cambiano proprietario. Succederà in modo diverso alle fotografie che produciamo oggi. Una parte sempre maggiore della nostra memoria non passa più dagli album ma rimane nei telefoni e nei cloud, affidata a dispositivi e account che raramente immaginiamo come archivi destinati a sopravviverci. Il problema, in fondo, cambia supporto ma non scompare: chi saprà cosa conservare e chi potrà ancora attribuire un nome alle persone fotografate? La biblioteca di GU.PHO. per ora non esiste ancora materialmente. Il progetto aspetta l’esito della campagna di crowdfunding. Ma il nodo che porta con sé esiste già. Quando non resterà più nessuno a raccontare chi erano le persone dentro una fotografia, quell’immagine sarà soltanto una fotografia anonima? Oppure continuerà, in qualche modo, a parlare anche di noi?